Nei libri di storia si dirà che il Terzo millennio si è rivelato ai suoi contemporanei con una serie di esplosioni: l’11 settembre 2001 un gruppo di terroristi facenti capo ad Al-Qāʿida (organizzazione terroristica internazionale fondata da Osama bin Laden nel 1988) dirottò quattro voli civili commerciali; due aerei si schiantarono contro le Twin Towers, un terzo contro il Pentagono e il quarto, in seguito a una reazione dei passeggeri e dei membri dell’equipaggio, mancò il bersaglio (identificato nel Campidoglio o nella Casa Bianca, a Washington), deflagrando come una meteora impazzita in un campo vicino a Shanksville, nella Contea di Somerset (Pennsylvania).

La reazione degli Stati Uniti fu immediata: dichiarando la Guerra al terrorismo, attaccarono l’Afghanistan controllato dai Talebani, sospettati di aver ospitato i terroristi. Le immagini delle Twin Towers che, perforate dagli aereoplani, si sgretolavano come castelli di sabbia vennero riprese dalle televisioni di tutto il mondo: l’umanità fu resa partecipe in tempo reale dell’attentato, osservando sgomenta il crollo di uno dei simboli di grandezza degli USA.

Oggi, a più di dieci anni di distanza, possiamo interpretare i risvolti storico/politici di quell’11 settembre basandoci su un testo scaturito dal confronto di due tra i maggiori intellettuali della seconda metà del XX° secolo: Filosofia del terrore. Dialoghi con Jürgen Habermas e Jacques Derrida (2003). Habermas analizza in prima istanza la diffusione mediatica dell’evento: i mass media han trasformato un evento locale in un evento globale (da cui nasce il “fattore glocale”, commistione tra i due termini, scaturito dall’era della globalizzazione). Habermas aggiunge che “l’intera popolazione mondiale si è tramutata in una platea di testimoni oculari”; siamo dunque di fronte al “primo evento storico mondiale”.

Altro fattore da tenere ben presente è l’unilateralismo americano: l’America, unica superpotenza mondiale, decide arbitrariamente le proprie mosse sullo scacchiere delle potenze internazionali; gli si contrappone il fondamentalismo islamico, che vede nella globalizzazione la minaccia di uno sradicamento della propria identità culturale e religiosa. Si è forse rivelato un profeta il politologo Samuel P. Huntington, autore de “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (1996)“, dove affermava che nello scenario politico mondiale post-guerra fredda la guerra si sarebbe tramutata in scontro di civiltà? Habermas e Derrida prendono in esame proprio quest’ultimo fattore: la guerra. È ancora possibile parlare di quest’ultima nel significato attribuitole fino al XX° secolo? Il terrorismo globale può colpire il proprio bersaglio a sorpresa, in qualsiasi momento e in qualsiasi parte del globo: è una tecnica ben diversa dalla guerra territoriale combattuta tra due o più potenze ai confini dei propri stati nazionali. Non più conflitto tra nazioni, con le classiche distinzioni tra interno/esterno e nemico/criminale; il terrorista che si de-territorializza segna la fine del conflitto per come lo si intendeva in epoca moderna. Il paradigma è cambiato, il Terzo millennio segna una cesura con l’epoca precedente, dall’11 settembre 2001 ci troviamo in un mondo nuovo, emerso brutalmente dalla forza dell’impatto e dell’esplosione.

Andrea Emmanuele Cappelli

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