Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Sguardo perso in avanti, inseguendo una via di scampo che non vedi; orecchie tese, pronte a cogliere suoni temuti. Immobile, trattieni il respiro aspettando di conoscere il tuo destino.

Siete molti in quello stanzone enorme dove consumavi in fretta i tuoi pasti, prima di tornare a sgobbare sulle presse assordanti. Non ti volti, eppure immagini la disperazione dei compagni, la stessa che tieni racchiusa nelle braccia nerborute che adesso penzolano lungo i fianchi; una resa senza onore.

È sottile il confine che separa la tranquillità dal baratro, è un brivido che accarezza la pelle, un rivolo di sudore che solca veloce la fronte. È un lampo nella mente che illumina la tua vita, quella serena che è stata negli anni e quella che non riesci più a immaginare, ora che il buio avvolge il tuo tempo.

Sembrava un sogno, fino a ieri: l’auto presa a rate, il figlio all’università, perché potesse avere un futuro diverso dal tuo. Non si facevano salti di gioia, sacrifici invece tanti, per vivere con decoro e sentirsi utili. E allora accettavi di stare in fabbrica fino a sera, di lavorare anche la domenica, perché l’azienda contava su di te ed era interesse comune produrre di più.

Li facevi volentieri i sacrifici, ricordi? Credevi davvero di trovarti in una grande famiglia e che un giorno “loro” sarebbero stati riconoscenti.

Quel giorno è arrivato e quella riconoscenza in cui speravi s’è dissolta; oggi non ha neanche un volto ma solo una voce gracchiante che disperde nell’aria parole inutili.

Serri i pugni e avresti voglia di spaccare il mondo intero ma sai che non cambierebbe le cose. Così l’ansia impotente si scioglie in silenzio, come quella del tuo vicino. Riesci quasi a sentirne i battiti scomposti, gli stessi che un tempo tradivano una fatica appena consumata nella contentezza del lavoro. Oggi la fatica è quella di attendere, ma senza allegria. Perché l’attesa è un privilegio crudele e ci vuole coraggio per aspettare che qualcuno dica che della tua vita non sa più che farsene.

E ci pensi a questo, mentre la voce metallica torna imperiosa a dispensare dolore e speranza e tu preghi di non udire quel numero. Perchè ormai sei solo una matricola scritta sopra un pezzo di plastica.

“6” risuona nell’aria ferma della sala. Dietro di te qualcuno sospira di sollievo mentre il panico ricopre il tuo viso. Te lo sentivi stamattina, quando tua moglie, versando il caffè, cercava di spronarti e tu in silenzio ascoltavi e mandavi giù amarezza e rassegnazione. Lei diceva di non disperare, che non si sarebbero mai privati del più bravo, perchè non erano stupidi.

“1” sibila ancora l’altoparlante. Rigido, ingessato nei tuoi pensieri forse le risponderesti che invece stupidi lo sono e tu non ti eri sbagliato, perché avevi capito che la legge del profitto segue una logica perversa. Quante volte ne avete discusso negli ultimi mesi? Hai perso il conto delle serate trascorse a parlare davanti al televisore, quando ogni notizia rinnovava le tue angosce, quelle che intossicavano il poco cibo che svogliato riuscivi a masticare.

E lei sempre amorevole a ripeterti che non dovevi pensarci troppo, che l’indomani tutto si sarebbe sistemato.

Le vedi scorrere di nuovo quelle immagini e oggi ne hai paura, più di ieri, perché davanti non c’è altro.

Adesso lo senti quel brivido, sale dalle gambe cedevoli e ti entra nel sangue, ti secca la gola e cancella i pensieri. Solo uno rimbalza feroce: la tua famiglia non vedrà il fallimento di un uomo. È triste e ingiusto concepire la propria dignità appesa a un numero, così in un attimo rivendichi la tua libertà e decidi. Manca un solo tassello, quell’ultima cifra stampata sul cartellino che ora guardi con disgusto. È uno zero e sai che qualcuno l’ha già pronunciato e sta viaggiando lungo i cavi, come un proiettile verso il bersaglio. Sei tu il suo bersaglio e di certo ti colpirà; non c’è riparo, non puoi evitare un nemico che non conosci. Puoi solo aspettarlo.

Ti sembra buffo ricordare che da piccolo ti hanno insegnato che noi tutti abbiamo un corpo, pura e semplice carne, e un’anima, la parte nobile, quella che ci ha resi migliori, che ci ha elevati al di sopra degli altri animali. Il cordone ombelicale con il nostro dio.

Ti fermi a riflettere e non ti spieghi come mai irrompe prepotente il ricordo di quella volta che per strada qualcuno aveva investito un povero gattino e la madre gli era rimasta accanto a miagolare e a leccarlo, cercando di riportarlo in vita, incurante del pericolo che lei stessa correva. Ma quelli erano animali, non avevano un’anima ma solo istinti. E non avevano neanche un dio in cui credere, quello che invece adesso invochi perché non ti abbandoni e, soprattutto, abbia pietà dei tuoi cari.

Ci siamo, ti dici, mentre con la mano asciughi la fronte e ti offri inerme al sacrificio. Sai bene che in questo modo altri sventurati saranno salvi e potranno ancora guardare in faccia le mogli e i figli.

Solidarietà è solamente una parola vuota quando tutti sperano che il prescelto sia l’altro.

Fissi rassegnato quella scatola grigia in fondo alla sala; sta vomitando altri suoni sgradevoli ma ormai non li ascolti, chiuso al mondo intero non ti serve più di sentire.

Poi vedi il tuo vicino lasciarsi cadere in ginocchio e singhiozzare disperato e allora capisci, anche se non ti sembra vero, e pensi a cosa dirà quel disgraziato alla moglie, come le spiegherà che se fosse uscito lo zero anziché il due lui avrebbe ancora un lavoro.

Tu sapevi come fare, pensi camminando mestamente verso casa, lungo i binari della ferrovia che corrono a due passi. Attraversarli sarebbe stato un gioco da ragazzi.

Quei binari oggi non si tingeranno di rosso; alla lotteria della vita non è uscito lo zero.

Per oggi.

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