Approfondimenti Rivista — 11 gennaio 2013

Sceglierai un paio d’occhi a cui parlare solo se un velo di comprensione li renderà chiari; quella limpidezza genuina ti convince a confessarti. Allora apri le braccia e lasci che lo sguardo frughi nei tuoi panni. Quei pensieri lungamente accarezzati, fermi sulla lingua, stretti dai denti, ora premono; quelle idee che spesso prendono il corpo delle allucinazioni ad un certo momento divengono scivolose, fine e pungenti come aghi. In un attimo vengono fuori, scappano dalla morsa e nude, disinibite e prepotenti scuotono chi assiste alla loro venuta.

In un attimo di confusione, o in un attimo di paurosa lucidità ti confessi perché l’anima non pesi più. Il vuoto spalanca la sua grandezza e aspetti che la punizione riempia i tuoi giorni prima di meritare l’indulgenza.

Marìa Zambrano in “La confessione come genere letterario” ripercorre la secolarizzazione della confessione e la sua trasformazione in genere letterario. Essa si è allontanata dalla sfera religiosa e l’uomo ha cercato un altro modo per essere assolto, o semplicemente per condividere il peso di un ricordo che sembra troppo per due spalle. La confessione non è più sussurrata in confessionale, ma è divenuta letteratura ed è sfociata nei romanzi di Proust o Joyce.

La confessione si verifica nel tempo reale della vita: parte dalla confusione e dall’immediatezza temporale. È la sua origine; va in cerca di un altro tempo, che se fosse quello del romanzo non dovrebbe essere cercato, ma sarebbe trovato. L’autore della confessione non cerca il tempo dell’arte, bensì un tempo reale quanto il proprio.”(Marìa Zambrano, La confessione come genere letterario)

Zambrano dice che ogni confessione, è parlata anche quando è scritta, e aspira a essere parola pronunciata a viva voz. E’ importante quindi preservare l’ integrità della confidenza perché la narrazione non dilati quell’attimo di pura verità. Nei romanzi possiamo trovare la realtà oppure frasi camuffate, abbellite e truccate perché il peccato sia nascosto o perdonato per il fascino che ormai ha assunto. La letteratura giustifica i rimorsi e allora speriamo che l’arte anche ingentilisca il disordine e gli doni un’identità positiva. In una formula fiabesca tutto può sembrare meno perentorio.

Siamo andati lontano dall’affidamento al divino e molto più vicini a chi è pronto “a ridere” di noi. Le confessioni sono diventate confidenze tra peccatori.

Sì, lascia ch’io parli, perché alla tua misericordia io parlo, non a un uomo, pronto a ridere di me.” (Le confessioni, San’Agostino)

Difficile dire oggi dove finisca il privato e dove inizi il pubblico. Tutti i giorni ci confessiamo e non lo facciamo bisbigliando vergognosi, lo facciamo sui social network. La realtà è divenuta più spettacolare e romanzata, tutto deve essere raccontato per dimostrarne l’esistenza.

L’uomo ha da sempre creato immagini per conoscere, o meglio per conoscersi, nella consapevolezza di non essere mai dato a se stesso una volta per tutte, ma di doversi continuamente definire, spinto dalla necessità di agire, di realizzarsi, di completarsi attraverso il proprio operare.” (M. T. Pansera, Antropologia filosofica)

Nel mondo globalizzato, dove la comunicazione è ormai divenuta l’atto creativo del reale, l’opera dell’uomo deve essere raccontata per “definirsi continuamente e completarsi”.

Se le confidenze segrete poi vengono trasmesse da terzi, a mezzo stampa, radiofonico o televisivo che sia, divengono ancor più interessanti e generano quello scoop che esalta i pettegoli.

Allora in questo caso la letteratura rimane l’unico modo attraverso cui trovare quelle ombre in cui nascondersi quando un dito indicherebbe il colpevole.

Il genere letterario della confessione in realtà si mescola con altri stili. Chissà quante confidenze camuffate potremmo scovare dietro la finzione dell’arte.

Questo perché non in tutti i lettori troveremmo un velo di comprensione, quindi meglio vestirsi di parole e aspettare la perseveranza di uno sguardo puro.

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