Approfondimenti Rivista — 29 maggio 2014

Leggere tiene compagnia, istruisce, mantiene vivi e sviluppa attitudini, è una sana abitudine ad accrescere opinioni e ampliare argomenti. Chi legge svolge una azione positiva verso se stesso guidando l’abbandono allo scritto e alle sue verità, addentrandosi in mondi concreti o favorendo le pieghe di quei mondi paralleli che abbiamo dentro.

Leggere attiva il binomio del dare e dell’avere, l’empatia fra chi dà vita e chi vive. Ogni libro aperto innesca un micro Big Bang dell’universo che siamo e ci carica di responsabilità, slaccia con gli occhi le righe dalle pagine o le annoda nei polpastrelli di chi le scrive, è la magia del pensiero tangibile, è un commercio senza crisi nel mercato dei sentimenti lungo vie difficili da governare, entra in aree naturiste nelle quali prendere il sole come mamma ci ha fatto.

“Ah, il libero arbitrio!” sibilava il serpente all’orecchio di Adamo. “Ah, la nouvelle cuisine!” sospirava Eva, porgendo la cena.

Ma quanto è lecito farsi influenzare dai romanzi degli altri?

Far propri i sentimenti di personaggi di fantasia è parte del gioco, tuttavia la percezione cambia radicalmente se il testo tratta vita vera, o verosimile, mettendo nero su bianco quello che sappiamo ma non vogliamo sapere; ecco, lì si cambia marcia. Ogni lettore dovrebbe imparare a ricevere e trasmettere e contribuire, così, a rendere meno piatto l’equilibrio universale. Non conta nulla porre l’accento sulle classi sociali quando si parla di apprendimento, la cultura è fatta di impegno e interesse ad ogni livello. Chiunque può decidere di essere un lettore commerciale che indossa storie tanto per fare, si concede libri in saldo e sciupa false promesse fatte di “Grazie, adesso ci penso”.

Il lettore professionista, au contraire, veste su misura, non compra nella grande distribuzione, amministra con giudizio il capitale investito, sceglie le stoffe e, non di rado, prende ago e filo per rinforzare le cuciture. Far proprio un testo vuol dire sentirlo con i sensi, leggere e percepire gli odori con il naso, assaporare sulla lingua il dolce e l’amaro, ascoltare le parole e portarle al cuore: quanto farebbe bene all’umanità se di normale ci fosse il vivere a questo modo.

Non c’è differenza tra leggere e scrivere, tra essere e fare cultura, è una questione di punti d’appoggio, attimi in cui “se sei felice tu lo sai e mostrarmelo vorrai, se sei felice tu lo sai batti le mani”.

Di fruitori svogliati non c’è bisogno nella cultura, servono solo a fare gli utili di vendita, egoismi che non pagano. Intendiamoci, non auspico una popolazione che rifletta come vetri al sole, ma che accumuli calore per il cambio di stagione, quando, avendo perso la pelliccia, abbiamo bisogno di coprirci. L’uomo non ha mai voluto subire la natura, vuole controllarla, e meglio sarebbe se imparasse da lei a rifiorire anno per anno.

Purtroppo, ad oggi, impera la tendenza ad essere fantasmi prima del tempo, la gente scompare dietro profili virtuali e scrive memoriali di 140 caratteri, spazi inclusi, perché altrimenti cala la soglia d’attenzione. Chi crede che la tecnologia sia il futuro non considera che il passato è esistito senza andare sulla Luna, ma, piuttosto, avendone una immagine da sognare. Siamo già in quel futuro che stupidamente si rincorre, perdendo aderenza e senso della realtà. Una cosa non cambierà mai, oltre il collasso profilato, e sono le persone oneste con se stesse e con gli altri, che sanno provare emozioni senza vergogna.

Paolo Miserocchi

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