Approfondimenti Rivista — 13 maggio 2013

Risale a qualche giorno fa un interessante intervento di Roberto Saviano su “Repubblica”, nel quale il celebre giornalista-scrittore-saggista-comunicatore dice la sua sulla decisione di Enrico Mentana di cancellare il proprio account Twitter, a causa degli insulti, troppo numerosi e ingiustificabili, che riceveva.

Secondo Saviano, Twitter nasce con lo scopo di comunicare, e non può diventare fonte di offese, provocazioni, urla e tentativi estremi di farsi notare.

Già, tutto vero.

Comunicare.

E chi meglio di lui, autore di memorabili monologhi televisivi, best-sellers, articoli di giornale, inchieste, e non ultimi ben duemila “cinguettii” lanciati dal suo profilo Twitter, che ha contribuito a renderlo opinion leader di importanza mondiale, dovrebbe essere in grado di utilizzare Twitter per comunicare con i suoi “followers”?

Eppure, come ha fatto notare Luca Maurelli in un articolo pubblicato sul Secolo d’Italia pochi giorni fa, seguendo con assiduità il profilo di Saviano, si scopre che lui, di comunicare, proprio non ne vuole sentir parlare.

O meglio, parla, e molto anche, ma non risponde.

Lui esprime, giustamente, le sue opinioni, il suo sdegno, le sue perplessità, sui temi più disparati, a partire dalla politica, fino ad arrivare alle innumerevoli citazioni di grandi poeti che è solito diffondere. Poi però, siccome comunicare prevede anche il ruolo di un interlocutore, qualora questo decida di ribattere, obiettare, argomentare, la comunicazione cade.

I social network come Twitter hanno indubbiamente il merito di rappresentare un canale di raccolta di informazioni per gli utenti alternativo a quelli soliti, ma hanno anche il merito, ancora più grande se possibile, di porre cerchie di centinaia, migliaia di persone, l’uno di fronte (al pc) all’altro da pari a pari, chiunque essi siano.

Ciò significa che l’utilizzo di questo mezzo in modo unilaterale non fa altro che ridurlo a un mero megafono di idee e considerazioni che si spera vengano raccolte dal maggior numero possibile di persone ma che non è necessario, anzi, è preferibile, che non vengano commentate. Oppure, se proprio dovessero ricevere commenti, non è necessario che ricevano risposte a loro volta.

Anzi, guai a provare a dissentire dal parere del profeta di turno, perché poi oltre ad essere ignorati proprio dal proprio “e”-nterlocutore, si rischia anche di beccarsi montagne di critiche, urla, insulti e schiamazzi, quelli che Saviano (come Mentana), giustamente, non sopporta, ma che il popolo dei suoi followers accaniti, al limite del fanatismo, non risparmia al malcapitato che osa rivolgere una critica.

Le tipologie dei commenti che la sua guardia personale rivolge ai “ribelli” sono perlopiù catalogabili in una sola, grande categoria: l’accusa di invidia.

L’invettiva principale del discepolo “tipo” consiste nel ritenere il critico di turno di essere invidioso della bravura, della fama, della brillantezza e della cultura di Saviano e del conseguente successo che, anche grazie ai discepoli silenziosi come lui, il giornalista riscuote.

Ergo: visto che Saviano è famoso, e lo è anche grazie a me, non permetto che esista qualcuno al mondo che non prenda atto di questa gloriosa fama che anch’io ho contribuito a creare.

Così come Luca Maurelli, vorrei anch’io far notare a Saviano che le mancanze di rispetto, anche telematiche, di qualsiasi tipo, danno fastidio a chi le riceve a prescindere se si tratta di un personaggio noto o della signora Pina, e che dunque se si accetta di sedere al tavolo (digitale) con decine di migliaia di persone qualunque non significa che non debbano essere degnate di qualche, almeno sporadica, risposta. I social network non servono e non devono servire solo ad aumentare il proprio seguito, essere considerato un modello da seguire, diffondere le proprie idee unilateralmente e magari vendere migliaia di copie di libri, altrimenti basterebbe andare in tv più spesso.

Al lettore fan sfegatato di Saviano che starà leggendo questo articolo e non vedrà l’ora di darmi dell’invidioso, nullafacente, ignorante, invece, rispondo con una considerazione che ai tempi della Prima Repubblica era solito fare il parlamentare democristiano Carlo Donat-Cattin, il quale sosteneva che “se senti un discorso su cui nessuno può dirsi contrario e che si può fare in ogni tempo e in ogni luogo, o hai davanti Gesù Cristo, o ti stanno prendendo in giro”.

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