Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Vagavo così sola in quel bosco argentato. Quel leggero venticello freddo spostava delicatamente le foglie secche dal suolo, accompagnandole in un leggero valzer troppo breve per provare gioia. Erano tutte foglie morte, annerite, ricoperte di brina, come i miei passi.

Vagavo così, come un’anima in pena fra le fronde spoglie e bianche degli alberi. Il sole filtrava pallido dalla coperta di nuvole, una tenera barriera di un colore indaco chiaro che separava me dal resto dell’infinito.

Sola, così sola.

Il rumore del mare riempiva lentamente le mie orecchie, come una litania forte e seducente. Il bosco iniziò a diradarsi aprendo ai miei occhi la vista del mare. Una distesa grigia così grande e immensa su cui posava qualche velo di nebbia.

Un piccolo spiraglio si aprì nel mio cuore. Ero certa che lì avrei trovato posto per nascondere me stessa. Nascondere lo sbaglio che la natura aveva commesso mettendomi al mondo. Il mare mi avrebbe accolto nel suo abbraccio gelido e non avrei più dovuto guardare in viso coloro per cui ero solo un peso, solo un ostacolo troppo pesante per essere spostato.

Giunsi ai confini della baia dove i miei piedi nudi avvertivano già la presenza fredda dell’acqua, nonostante essa si trovasse molti metri più in basso. Sentivo gli spruzzi delle onde accarezzarmi come dita gentili che mi invitavano nel loro abbraccio, il loro rumore come un dolce suono che mi calmava.

Qualcosa franò sotto di me, fu solo un attimo e la mia testa sbatté così forte che tutto si spense.

Forse morii o forse no. Probabilmente la morte non voleva una come me accanto a lei.

Aprii gli occhi quando ormai tutto era buio e solo il vigore di un faro illuminava a tratti il mio viso pallido e i miei capelli neri sparsi su uno scoglio.

Sentivo le carezze gelide del mare che con amorevolezza sfioravano i miei piedi. Erano come delle mani prima vigorose, poi gentili. Divennero poi piccole e cortesi, salivano e scendevano dalle mie gambe, esplorandole come se fossero qualcosa di arcano e mai visto.

Mi ritrassi a quei tocchi troppo invadenti ma qualcosa le afferrò. Quelle mani gentili erano diventate potenti e ferree. Girai lentamente il capo incurante del dolore e della nausea che mi avvolgeva e le vidi.

Erano strane creature quasi incolore, accoccolate vicino le mie gambe. Alcune preferivano restare a contatto con l’acqua, altre erano avanzate fra gli scogli immersi nella sabbia.

Respirando a fatica vidi cosa tratteneva le mie gambe. Sembrava una ragazza, la cui pelle era di un pallore quasi cristallino. Dal suo capo scendevano dei capelli bianchi con dei riflessi che sprigionavano timidamente tutti i colori. Sembrava un piccolo arcobaleno rinchiuso fra dei fili setosi. Così anche i suoi occhi. Erano spalancati come quelli di un bambino e cerei. Scoloriti ma con accenni che richiamavano ogni piegamento della luce.

Senza che me ne rendessi conto era arrivata accanto al mio viso mentre la morbidezza della sua coda copriva parte delle mie gambe.

Avevo il suo viso perfetto sul mio. I suoi occhi curiosi nei miei. Ma io ero spaesata, adulata nella confusione che regnava nella mia mente. Non capivo, ma sapevo che sarei morta a breve. Stavo delirando ed era tutto frutto della mia mente. Chiusi gli occhi e quando li riaprii non c’era più nessuno. Sentivo delle voci. Dei suoni che vagamente mi ricordavano le parole umane ma erano fruscii musicali. Musica che compresi solo quando dal buio della notte comparve il volto di quella ragazza, di quella sirena che mi aveva studiata.

Fu solo un istante e il suo viso si rovinò. Divenne una maschera di fame, con canini lunghi e appuntiti, le sopracciglia fini aggrottate al centro.

Sentii un dolore lacerante al collo poi qualcosa strapparmi la pelle dalle gambe, dalla ossa. Fu straziante e infinito.

Mi trasformarono e vissi con loro. La mia natura umana era visibile perché io ero diversa. Diversa dalle sirene e diversa dagli umani.

Adesso potevo vendicarmi ridando a quest’ultimi la morte che mi avevano lasciato. Far loro provare quel peso che mi hanno affidato e che mi ha spinto a spegnere la mia vita.

Sopra il pelo dell’acqua galleggiava una piccola barca stracolma di uomini tanto che l’odore ne impregnava il mare.

Sbucare dell’acqua era diventato fastidioso. La mia pelle sembrava inaridirsi velocemente e tendersi come un frutto seccato al sole. Ma avevo fame.

Molte sirene decisero di rimanere nascoste nell’acqua, muovendosi sotto la barca creando stupendi giochi con i loro tessuti.

Io ed altre mie sorelle ci avvicinammo alla barca dove quei pescatori riposavano.

Molte giravano intorno ad essa come predatori impazienti mentre io rimasi ferma. Ferma ad osservare coloro che erano stati la mia razza prima di rinnegarmi.

Sul peschereccio vidi il ragazzo che avevo amato e che mi aveva respinta. Vidi mio padre che non si era mai accorto della mia presenza in vita.

Vidi persone il cui volto mi era sconosciuto ma che ugualmente odiavo dal profondo del mio cuore.

Si svegliarono tutti, come se i miei sentimenti cupi e distruttivi li avessero raggiunti.

Mi videro e sembravano essere sorpresi dal mio viso. Sorpresi e terrorizzati come mai un essere umano potesse essere.

Mi avvicinai ancora di più alla barca mentre le mie sorelle continuavano a nuotare intorno creando armoniosi cerchi bianchi. Alcune spuntavano dall’acqua, guardavano e tornavano a nuotare. Altre saltavano senza però uscire dal loro percorso.

Mi aggrappai al bordo della nave e loro indietreggiarono. Si spostarono mostrando il mio corpo. Un corpo pallido e straziato, pieno di sangue coagulato ovunque. Quelli che furono i capelli tanto invidiati da chiunque li vedesse aderivano duri al mio corpo. Le mie membra erano aperte e morte. Io ero morta. Io giacevo senza vita sul quel ponte avvolta in una corda a cui era legata una pietra.

Non mi avevano ucciso le mie sorelle, loro mi avevano salvata. Mi avevano ricreata dandomi la mia vendetta.

Urlai e tornai in acqua. Tornai con il preciso scopo di distruggerli.

Attaccammo la barca che si rivoltò in acqua come una foglia. Come una delle tante foglie che quel giorno della mia vita umana accarezzavano la mia pelle.

E così ricordai. Non caddi, venni spinta. Spinta giù verso la mia morte. Una morte che non mi voleva. Spinta giù verso una vita. Una vita che mi avrebbe aiutata a dar morte.

Davanti ai miei occhi gli uomini affondavano in acqua, tentavano di risalire ma venivano catturati e smembrati pezzo a pezzo.

Davanti a me cercava di risalire il ragazzo che avevo amato perdutamente. Lo stesso ragazzo che mi aveva venduta alla morte perché conservavo qualcosa che lui voleva. Gli afferrai una mano impedendogli di risalire, lui cercò di staccarsi ma fu inutile. Lentamente le sue forze diminuivano mentre i suoi riflessi divennero sempre più lenti e decadenti.

Fui l’ultima cosa che vide, poi lo uccisi.

Mi accoccolai su uno scoglio sul fondale accanto al mio corpo che era atterrato al suolo. La mia bocca era semi aperta come anche i miei occhi spenti. Quello era il mio corpo ma non provavo nulla nel vederlo. Non sentivo nessun terrore nessun rimpianto. Nulla. Solo la gioia di stringere fra le braccia la testa decapitata dell’uomo a cui avevo dato il mio cuore. Un cuore che mi ripresi chiudendolo in un medaglione che portavo appeso al collo.

       Camael Virtus

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(2) Readers Comments

  1. Ho trovato una tua espressione singolarmente bizzarra: “i suoi riflessi divennero sempre più lenti e decadenti”. Cosa intendi per decadenti, perché questo vocabolo?

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