Approfondimenti Rivista — 06 gennaio 2014

I classici della poesia come beni-rifugio a cui ricorrere in tempi di crisi; parlando di borse si direbbe “un classico è per sempre”, ma per dirla con Calvino “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.
Peccato che il canone dei classici di poesia si riveli spesso una selezione di pochi titoli “all’acqua di rose”.

Sempre meno lettori scelgono la via del poeta, e quei pochi sono accompagnati dallo starnuto dell’archeologo.

Da questa evidenza prende il via l’iniziativa La Poesia del Mondo, idea dello scrittore Walter Siti per Repubblica: ogni domenica per un anno intero sul quotidiano una pagina di commento e contestualizzazione di un poema di un autore classico.

Il programma è stato reso pubblico dall’autore sulla pagina culturale del giornale lo scorso 4 gennaio: una dichiarazione di intenti davanti alla constatazione che “gli unici libri di poesia che danno buoni esiti editoriali sono i classici, soprattutto i classici del Novecento e soprattutto i più glamour”. Glamour: un aggettivo che dovrebbe avere più a che fare con delle borse (vedi sopra) ma adattissimo: Neruda, Shakespeare e Catullo perché parlano d’amore, la Szymborska perché ne parlò Saviano (che fatica poi, fare lo spelling del cognome)…

Se ne ricava un altro problema legato alla poesia, ovvero il MODO in cui spesso viene (non)letta: si passa dalla lettura stereotipata e scolastica, in cui si è quasi tentati di fare l’analisi logica, a quella totalmente anarchica e arbitraria dell’egocentrico, che legge nella morte del passero di Lesbia un chiaro riferimento al barboncino dell’amata: letture che Siti ha definito “cantautorali”.

Per capire che cosa intendesse l’autore per una “rilettura di un classico” fatta a modino, faccia da modello la prima, pubblicata lo scorso 5 gennaio: a dare il via in stile “dolce stil novo” è Petrarca con i suoi Rerum Vulgarium Fragmenta. Il sonetto scelto, il 272, è quello che inizia così:“La vita fugge e non s’arresta un’ora” e finisce così: “e i lumi bei, che mirar soglio, spenti”.

Del testo, Siti ha sottolineato l’imperfezione e la ridondanza, segni della forte implicazione dell’autore “nella faccenda narrata”: è un amaro bilancio personale, sotto il segno di una depressione che al poeta laureato piaceva chiamare “accidia”, a quel Francesco innamorato cotto di Laura, incontrata ad Avignone, poi causa di tutti i suoi beni e di tutti i suoi mali. Per questo il titolo della pagina è “Noi come Petrarca cerchiamo Laura disperatamente”: perché la lirica non è fuori dal mondo ma dentro l’uomo, dentro il poeta prima, dentro il lettore poi. Una piattaforma distesa all’identificazione, inevitabilmente.

A rendere universale ed eterno il bisogno di poesia, anche tra noi abitanti del 2014, è questo: “il bisogno di scoprire una sfumatura inedita di sentimenti ben noti, per dare più profondità a quello che ci portiamo dentro”.

Chiara Piotto

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