Vorrei iniziare questa rubrica sulla letteratura lusofona parlando di un autore, Antonio Tabucchi, toscano e italiano, che ha scritto le sue opere in lingua italiana – tranne una, Requiem, edita nel 1991 – e ha imparato la lingua portoghese da alloglotta, a oltre vent’anni. Questa lingua ha avuto però una forte influenza sul suo modo di scrivere.

Degli ultimi 5 anni ne ho trascorsi quasi 2 a Lisbona e mi è capitato di vivere quasi nello stesso quartiere in cui Antonio Tabucchi viveva diversi mesi all’anno, Principe Real. Io a dire il vero ho vissuto a Rato e ora vivo a Estrela, ma i quartieri che ho nominato sono tutti vicini l’uno all’altro. Pur non avendo conosciuto né mai incrociato per strada il grande scrittore scomparso da pochi mesi, mi è accaduto di riflettere sulle sue storie, sui suoi personaggi, proprio qui a Lisbona e di ambientare, come se fossero film, i suoi libri nelle strade e piazze che andavo nel frattempo scoprendo, e spesso fotografando. E dunque, da lettore e anche un po’ da fotografo, Lisbona mi ha aiutato e mi aiuta a capire, ad addentrarmi pian piano nella letteratura di Tabucchi. A partire dalla strana indolenza delle strade di questa città, che ispirano noia e allo stesso tempo attesa di qualcosa che non si sa bene cos’è. E dalla percezione del tempo qui dilatata e peculiare, a volte più acuta e dolorosa che altrove. Una città bella di una bellezza indefinibile, che chiamerei anzi soltanto, con una parola leopardiana, “vaghezza”. È proprio la condensazione di significati che sono racchiusi nella parola portoghese “saudade” – nostalgia ma allo stesso tempo attesa, paradossale sintesi istantanea di passato e futuro – che sentiamo diffondersi nell’atmosfera dei romanzi di Tabucchi. Mi piace a questo proposito citare le parole del filosofo francese Vladimir Jankélévitch, che gli era particolarmente caro: “L’artista è colui che non attende che l’Essere divenga Essere-stato per percepirne lo charme straziante e la magica attrazione; l’artista non ha bisogno della preterizione, e coglie fin da ora, in virtù di una prescienza assolutamente profetica, la futura poesia insita nella prosa; in questo egli oltrepassa gli uomini della noia. […] I suoi ricordi sono fecondi come fossero presente, e le sue sensazioni hanno già la tonalità qualitativa del ricordo”. Quali migliori parole per descrivere l’atmosfera malinconica di Lisbona e, insieme, dei romanzi e racconti di Tabucchi?

Spesso, per capire meglio un autore, può essere utile visitare i luoghi della sua vita: la letteratura, almeno la letteratura che è vicina al mio modo di sentire, è in continuo dialogo con la realtà di tutti i giorni e se un grande autore come Calvino, in una delle sue opere più ambiziose e meno riuscite, Se una notte d’inverno un viaggiatore, ammette: “Come scriverei bene se non esistessi!”, ritengo invece, come Tabucchi ha dichiarato in un’intervista, che l’esistenza, la vita, “è una ricarica continua” per chi scrive. E, aggiungo, lo è anche per chi legge.

Così anche imparare la lingua portoghese mi ha avvicinato come lettore alla poetica dello scrittore toscano. Tabucchi ha dichiarato, in un’interessante intervista a Roberto Scarponi, che proprio l’esperienza di scrivere in portoghese il già citato Requiem gli è valsa la scoperta di avere “un’altra anima” e anzi, di averne molte. Ed anche nel romanzo Sostiene Pereira il protagonista, interpretato da uno straordinario Marcello Mastroianni nell’omonimo film di Roberto Faenza, sostiene che ogni individuo è composto “da una confederazione di anime”. Ed è nell’affinità all’opera poetica di Fernando Pessoa, di cui Tabucchi è stato traduttore e curatore delle edizioni italiane, negli eteronomi, le diverse “anime” del poeta e scrittore portoghese, che possiamo rintracciare la natura dei personaggi di romanzi di Tabucchi come Requiem o Il filo dell’orizzonte o ancora Notturno indiano. Personaggi che sono come doppi dell’autore e nello stesso tempo è come se avessero preso una vita propria dopo essere stati scritti, a loro modo personaggi in cerca d’autore. È su questo tema, decisivo per la letteratura novecentesca, che si interroga Tabucchi, come avevano fatto prima di lui Pirandello e lo stesso Pessoa. Riguardo a quest’ultimo, nell’intervista a Scarponi, afferma: “l’operazione di Pessoa è radicale all’estremo: pone nello spazio astratto della poesia delle creature creanti. Un autore di norma crea un personaggio il cui compito è semplicemente quello di vivere, non di creare. Pessoa invece, ponendo al posto dell’autore il personaggio e al posto del personaggio l’autore, a suo modo risolve il problema del rapporto fra i due […]”.

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scrivendovolo

(1) Reader Comment

  1. Ottimo … non guastava un confronto più inciso con il tuo pensiero … ab

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