News Rivista — 23 luglio 2013

La scelta tra posto pubblico e impiego nel privato non è mai stata così semplice come in questo particolare periodo storico. In Italia, lavorare nello Stato è un risultato raggiungibile da pochi eletti: per la maggior parte dei dottori (l’83,5%) l’unica strada perseguibile è lavorare per conto di privati. Lo dimostrano i risultati di uno studio condotto da AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario che si occupa di favorire e monitorare l’inserimento dei laureati nel mondo del lavoro. Solo l’11% dei dottori con laurea specialistica lavora nella pubblica amministrazione, a distanza di un anno dal conseguimento del titolo di studi; il 34% a distanza di cinque anni (contro il 71% nel privato). Sconfortati anche le cifre relative al precariato: sempre ad un anno dalla laurea, i precari dello Stato sono pari al 39%, quelli del privato al 28%. “Si tratta di dati lavorativamente drammatici –ha commentato Marcello Pacifici- presidente Anief e segretario organizzativo Confedir- perché significa che i nostri governanti rinunciano alle alte professionalità. Facendo arretrare il paese di centinaia di anni. Perché mentre al tempo di Federico II l’Università serviva per formare giustizieri e giudici del Regno delle due Sicilie, oggi lo Stato abbandona al loro destino i giovani che hanno puntato sull’alta formazione: invece di assumerli in base al merito, chiude la porta ai concorsi perché non c’è posto. Anche perché negli ultimi 10 anni proprio nella pubblica amministrazione ne sono stati cancellati ben 360 mila. E chi va in pensione, quando ci riesce, non viene più sostituito”. Secondo Anief-Conider, il rapporto AlmaLaurea allontana dagli atenei gli studenti diplomati, andando a incidere su un quadro già deprimente: gli ultimi dati ufficiali indicano che i giovani italiani laureati di età 25-34 anni sono appena sopra il 20% contro la media dei paesi Ocse superiore al 35 % (il 38 nel Regno Unito, il 41 in Francia, il 42 negli Stati Uniti, il 55 in Giappone). Lo scarto con gli altri paesi cresce ancor di più se si considera che per l’Italia l’obiettivo strategico che la Commissione Europea ha individuato come meta da raggiungere entro il 2020 -ossia che il 40% della popolazione di 30-34 anni sia laureata- è una soglia quasi impossibile da centrare, mentre è stata incamerata già da metà dell’Europa. “Bisognerebbe chiedere al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca- continua Pacifico- per quale motivo non avvii in fretta una seria riforma per valorizzare il titolo accademico, anziché tentare di abolirne il valore legale. Ai fine pure di una sua migliore spendibilità, a partire dalla pubblica amministrazione. La vediamo invece intenta a soffermarsi sul primato italiano della fuga dei cervelli all’estero, la cui causa va collegata proprio alle scarse opportunità che il nostro paese offre ai suoi giovani. Opportunità che non hanno quelli particolarmente meritevoli, ma anche i tanti laureati che chiedono semplicemente un lavoro. Magari come impiegati pubblici”. 

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