Approfondimenti Rivista — 26 gennaio 2014

In un Paese come l’Italia in cui la classe dirigente ha in media 70 anni a tutti i livelli e in tutti gli Enti, pubblici e privati, non può che suscitare ammirazione e stima un uomo che all’età di 86 anni dichiara che non scriverà più romanzi, ormai è troppo vecchio.

Tale dichiarazione, che mi pare indice di grande autoconsapevolezza dei propri limiti, è stata resa di recente da Gunter Grass ad un giornalista che lo ha intervistato nella sua casa a Lubecca, città nel Nord della Germania, ricca anch’essa di reminiscenze storiche e letterarie, dato che proprio a Lubecca Thomas Mann ha ambientato uno dei suoi capolavori, la saga familiare dei Buddenbrook.

E come non comprendere una tale scelta?

Dopo una vita piena e intensa, in cui ha attraversato vicende le più diverse ed inquietanti della storia del suo Paese, dopo avere scritto e pubblicato tanti libri, dopo avere ottenuto addirittura il Premio Nobel per la Letteratura Gunter Grass ora si dedica prevalentemente alla pittura, soprattutto ad acquerello, traendone, come pare, immenso piacere.

Troppo lunghe ormai per lui le ricerche necessarie per la stesura di un romanzo, cinque o sei anni, un tempo che egli non sa se gli sarà concesso.

Preferisce dunque ritirarsi, almeno in parte, facendo spazio ai colleghi più giovani che egli più ammira, nei quali sente quella stessa passione e quello stesso impegno civile e storico che fin dall’inizio aveva animato anche la sua attività.

Ecco allora che egli preferisce dedicarsi all’illustrazione dei suoi testi, anche con i suoi acquerelli, oppure alla presentazione dei suoi romanzi.

Un’attività in cui ha occasione di avvicinare i giovani e di parlare con loro, tentando di trasmettere un poco del suo amore per la scrittura e per la lettura.

Un’attività di “maestro” per i ragazzi, ai quali egli vuole ora regalare non più nuovi testi, bensì, alla luce della sua personale esperienza, sagge riflessioni e discussioni.

Orbene, l’esempio di Grass ora, ma anche quello di Joseph Ratzinger, credo dovrebbero suscitare alcune riflessioni sul ruolo dei più anziani nel tessuto politico-sociale.

Lungi dal pensare che l’avanzata età rappresenti un ostacolo al buon operare, ritengo tuttavia che chi ha già raggiunto traguardi di vita ed anagrafici di tutto rispetto dovrebbe, considerandosi soddisfatto, avere la generosità di lasciare “i posti di comando” e fare spazio ai più giovani e all’energia e passione che è loro propria, stando loro “accanto”, da “maestri”, e non più “sopra”. Consigliandoli, alla luce della propria esperienza, e non cercando loro di impedire in ogni modo di affermarsi, come invece purtroppo normalmente accade in Italia. Dove una schiera di ottuagenari avidi di potere, a tutti i livelli e in tutti gli apparati, pubblici e privati, si sono via via circondati di lacché, di signorsì, anziché di collaboratori valenti, per timore di essere da questi scalzati, cosicché non solo il Paese è stato privato dell’apporto delle menti più dotate, ma anzi avrà inevitabilmente, una volta che i vecchi capi se ne saranno andati per avvenuto decesso, una classe dirigente mediocre, oltre che già vecchia e inadeguata alle sollecitazioni e alle esigenze di un mondo e di una società che mutano a velocità mai prima sperimentate.

Il danno sarà doppio. Andranno infatti perduti sia la saggezza ed il sapere degli anziani, sia le migliori energie giovanili, con tutta la loro passione e la loro ansia di bene operare.

Riecheggiando il titolo di uno sceneggiato di qualche anno fa si potrebbe proprio dire: “E non se ne vogliono andare”.

Simona Zagnoni

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