Concorso Buk Rivista — 22 gennaio 2014

NNN

Mitt. Zio Nicolino XXX

Reggio Reggio Calabria (RC)

Dest. Sig. Renato XXX

Torino (TO)

T E L E G R A M M A

 Caro Renato,

Urge tua presenza(stop)

“L‘Anas comunica che dalle ore 7.00 di sabato 14 gennaio alle 17,00 di domenica 11 febbraio, sarà chiuso al traffico un tratto del 2° macrolotto dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, tra Lagonegro Nord e Lauria Nord, in entrambe le direzioni. Il provvedimento si rende necessario per la demolizione del viadotto Morbido, nell’ambito dei lavori di realizzazione della nuova autostrada.”

Con affetto (stop)

Zio Nicolino e Nonna Alfonsina

xxx

 

Renato lanciò il telegramma in aria imprecando tutti i santi del paradiso: “Ma porcaccia la miseria! … E con questa son tre volte! …‘Sta benedetta autostrada… la vogliono finire o no!?!”

“Renato smettila, ci sono i bambini e non sta bene. Stai calmo!”

“Filomè, con questa fanno tre! … Lo capisci Filomè? La terza volta! …E chi lo fa, Filomè? Io. Sempre io! …Cosimo sta in Svizzera e Giuseppe … dove cavolo sta Giuseppe?”

“A Parigi Renà…”

“E vabbè, prendo dei giorni di ferie; adesso chiamo il capo officina e domani mattina alle sei si parte. Prepara i bagagli e qualcosa per il viaggio. Vado a  riposare”.

“Renà, mangia qualcosa, vai a letto senza cena?”

“Il fegato mi mangio, Filomè. Lasciami perdere”, e così dicendo andò in camera da letto.  Filomena tamburellava nervosa le dita sul tavolo della cucina; Carlo e Paolo litigavano, come al solito, davanti alla tv. Erano le otto meno un quarto e doveva preparare tutto per il viaggio; avrebbe lavorato tutta la notte. La cosa più semplice erano i bagagli; un borsone per Renato, uno per i bambini e un trolley per lei. Quando tornava in Calabria non poteva non cambiarsi tutti i giorni. Avrebbe incontrato parenti, amici, compari; sarebbe stata invitata a cena tutti i giorni; quindi stirò i pantaloni neri, quelli marroni, le gonne più eleganti. Appese accuratamente le camicie sugli appendini, protette dentro un sacco di cellophane, lucidò le scarpe con i tacchi, preparò il beauty case, si lavò i capelli e si puntò i bigodini. A proteggerle la testa una retina rosa. L’indomani avrebbe avuto una messa in piega perfetta. Alle dieci di sera, Paolo decise di averne abbastanza di suo fratello e gli morse un braccio. Carlo urlò e cominciò a piangere. Filomena corse verso i ragazzi minacciandoli con una ciabatta e intimando loro il silenzio, ma ormai Renato si era svegliato ed imprecava con voce assonnata. Filomena prese i figli per le orecchie, li cacciò a letto e chiuse la porta della camera. Finalmente era sola e poteva dedicarsi alla cosa più importante: i cibi per il viaggio e giusto qualcosina da portare a Nonna Alfonsina ed agli zii.

Impastò una dozzina di uova e con la sfoglia di pasta sottile preparò dell’ottima pasta fresca. In cantina prese una decina di bottiglie di passata di pomodoro fatta da lei, delle melanzane sott’olio, un paio di salami nostrani (allo zio Nicolino piacevano un sacco) e del vino piemontese che aveva imbottigliato suo marito. Preparò della pasta pasticciata che sistemò in quattro vaschette di alluminio, dei panini, una crostata alla marmellata di albicocche fatta in casa, delle frittatine al formaggio e della spremuta d’arancia. Alle quattro e venti, finalmente, raggiunse la camera da letto; si stese ed ascoltò in silenzio la pioggia che batteva sul tetto e suo marito che russava. Non chiuse occhio per l’agitazione. Quando suonò la sveglia, alle sei, aveva già preparato il caffè per la colazione e ne stava riempiendo un thermos per il viaggio, quando Renato la raggiunse in cucina sbadigliando.

“Filomè, cos’è tutta sta roba che abbiamo in ingresso?”

“I bagagli Renà… e giusto due cosette da portare ai parenti. Sai che gradiscono molto le cose che preparo io…”

“Filomè, abbiamo una macchina, non un furgone!”

Renato era solito usare sempre le stesse parole ogni volta che si muoveva con la famiglia, e Filomena ci era abituata. Ma sapeva che sotto sotto, quell’uomo burbero era un gran bonaccione … e che gli piaceva mangiare bene! Svegliò i bambini, li vestì e mentre si dedicava alla sua capigliatura, spedì Renato a caricare le borse in macchina. Lei lo avrebbe raggiunto una volta sistemata casa.

Si chiuse la porta alle spalle e chiamò l’ascensore. Carlo e Paolo erano ancora troppo assonnati per litigare e piangere e per questo ringraziò il cielo.

In garage Renato aveva quasi finito di caricare la macchina; la passata di pomodoro rimaneva fuori. Nel portabagagli non ci stava in nessun modo. Filomena decise di immolarsi per una giusta causa e propose di mettere il cartone con le bottiglie sotto i suoi piedi.

Torino – Reggio Calabria con dieci bottiglie di passata di pomodoro sotto i piedi… bella idea… All’imbocco dell’A6 si era già pentita. Non disse nulla.

La Duna viaggiava ai cento chilometri all’ora, il traffico non era sostenuto e Renato si rilassò con un cd dei Nomadi.

Nei pressi di Lucca, Filomena non sentiva più le gambe. Si era assopita e l’avevano svegliata di soprassalto Carlo e Paolo che urlavano facendosi i dispetti e Renato che cercava di calmarli menando la mano alla cieca facendola passare tra i due sedili anteriori e controllandoli dallo specchietto retrovisore. I ragazzi erano stanchi, avevano bisogno di fermarsi. Renato aveva bisogno di un caffè e lei aveva l’assoluta necessità di sgranchirsi le gambe. Si fermarono in un autogrill nei pressi di Firenze; Renato scese e s’incamminò verso il bar.

“Renà, dove vai?”

“Al bar, ho bisogno di un caffè. Fai scendere i ragazzi e portali in bagno. Tu hai bisogno di qualcosa, Filomè? Un giornale, un caffè, un the?”

“Renà… il caffè l’ho portato. Un thermos pieno. Bello caldo e senza zucchero come piace a te!”

“Ma porca la miseria Filomè! Ne vedi altri che prendono il caffè in macchina? Ne vedi altri col thermos in mano? La gente va al bar! … E vabbè,  ormai lo hai preparato… tanto vale…”

Se ne versò un’enorme quantità in un bicchiere di plastica. Filomena scese dalla macchina e fece esercizi di deambulazione per raggiungere il bagno insieme ai ragazzi. “Bambini! …Piano! …Attenti, ci sono i camion! Renà, vieni anche tu…”

Risalirono in macchina nel giro di dieci minuti e ripresero il loro viaggio. Renato mise un cd per ragazzi nella speranza che si calmassero e la smettessero di urlare e di picchiarsi. Avevano buttato gran parte delle tessere del “Memory” dal finestrino, distrutto una decina di macchinine e non ne volevano sapere di star fermi.

Alle tre del pomeriggio finalmente, imboccarono la Salerno – Reggio Calabria. Tra poche ore sarebbero arrivati a destinazione.

La Salerno – Reggio si sa, è un cantiere costante, una tragedia ogni volta che la si affronta; ed anche questa volta non fece eccezione. Traffico sostenuto e, dulcis in fundo… Lavori! Renato cominciò a spazientirsi e spense la radio col cd; nel frattempo ripartirono i giochi di Carlo e Paolo. Filomena per fortuna aveva trovato una posizione abbastanza comoda e se ne stava a braccia conserte ad osservare la lunghissima colonna di macchine e camion che creavano davanti a lei il solito indecente, grigio panorama… allietato qui e là dai cartelli gialli dei lavori in corso e rossi dei posti di blocco.

“Ma porcaccia la miseria, che succede? Siamo fermi! Im-mo-bi-li!” Sbottò Renato. “E state un po’ zitti, non vedete che qui è un problema serio? Io con ‘sta strada non ci voglio aver più niente a che fare… Tre volte Filomè… pace all’anima sua”.

Si avanzava a passo d’uomo; una sola corsia, un’unica colonna di veicoli. Una volta la corsia di destra, una volta quella di sinistra. Filomena non parlava, sapeva che non le era concesso per un sacco di motivi.  Arrivati al Viadotto Morbido, senza dirsi nulla e senza guardarsi negli occhi, tutti e quattro si fecero il segno della croce contemporaneamente.

“Filomè, lo vedi? È qui che inizieranno nuovamente i lavori e come al solito, ci sono di mezzo io. Millequattrocento chilometri  e sempre lo stesso cantiere e sempre lo stesso posto, chilometro più, chilometro meno. Filomè, non ne posso più. Ogni volta la stessa storia su questa maledetta strada”.

Filomena annuiva seria; era vero. Toccavano sempre a suo marito i lavori più difficili, al suo povero Renato.

Dopo il panino col salame Carlo e Paolo si erano addormentati, ora sembravano due angioletti e Renato si era chetato.

Lessero “Benvenuti a Reggio di Calabria” alle sei e mezza di sera. Arrivati, finalmente.

Imboccarono Corso Vittorio Emanuele II e girarono in Via dei Forti. Al numero 23, la casa di nonna Alfonsina: un condominio degli anni settanta.

Era già buio. Renato fermò la Duna nel parcheggio condominiale e si stiracchiò. Scesero tutti dalla macchina e distinsero nel  buio una figura. Si avvicinarono e, seduta sola soletta, su una seggiola di legno, stava nonna Alfonsina vestita di nero con un mazzolino di fiori di plastica in mano. Quando li vide avvicinarsi accennò un sorriso sul volto triste e rugoso.

“Mammà, come state? Questa volta risolveremo tutto, non vi preoccupate mammà… Filomena, Bambini, date un bacio a nonna, salutate!”

Filomena si avvicinò alla suocera: “Come state Donna Alfonsina, calmatevi un po’, non potete piangere tutte queste lacrime…. Bambini, un bacio a nonna, venite!”

La povera donnetta, vestita di nero, piangeva sommessamente e singhiozzava.

I bambini si guardarono complici e si avvicinarono alla nonna. La guardarono e si rivolsero piano alla madre: “Mamma, nonna ha la barba, la dobbiamo baciare per forza?” Filomena, senza esser vista, pizzicò il braccio ad entrambi i figli.

“Bambini cari, andate a salutare nonnina vostra!” e li accompagnò al cospetto di Donna Alfonsina. Intanto Renato scaricava i bagagli e li portava nell’androne del palazzo. Suonò il campanello e si affacciò zio Nicolino in canottiera.

“Renà, Filomè, Carlè, Paolì… siete arrivati finalmente! Quella sta lì sotto da oggi pomeriggio alle quattro. E’ scesa dopo il rosario… Beh, aspettate che scendo e vi do una mano! …Filomè, hai portato un salame per lo zio?”

“Zio, scendi e aiutami. Sono pieno di roba”. E lo zio scese ad aiutarlo.

“Renà, non si può andare avanti così!  Ho letto l’articolo sul giornale al bar… è la terza volta! Se non la sistemiamo ‘sta faccenda tua madre morirà di crepacuore. Dobbiamo andare dal Sindaco, all’Ananas, dobbiamo risolvere la questione!” disse mentre aiutava il nipote con i bagagli;  Filomena accompagnava nonna Alfonsina ed i ragazzi si scatenavano in giardino.

“Zio, che si dice? Che faranno?”

“Tolgono tutto. Rifanno tutto. Colonne, ponte… tutto smantellato. Hanno già aperto il cantiere: ci sono le ruspe!”

A sentir quelle parole, mentre Renato imprecava e Filomena portava al mano alla bocca soffocando un “Oh…”  (ed uno sbadiglio), nonna Alfonsina ricominciò a piangere.  Col suo mazzolino di fiori finti in mano scuoteva la testa.

“Rosaria… Rosaria! …Venite, accompagnatela a letto, subito!” Rosaria, la comare, si presentò sulla porta della cucina e con un inchino chiese il permesso di accompagnare nonna Alfonsina in camera sua.

“Zio Nicolì, domani andiamo là. Parlo col capocantiere e vediamo di trovare una soluzione… e che sia definitiva!”

Poi si eclissò davanti alla tv, Filomena preparò la cena ed i ragazzi sguazzarono strillando in vasca da bagno.

Il giorno dopo verso le dieci, erano pronti per partire: Renato e nonna Alfonsina sui sedili anteriori, Filomena e zio Nicolino dietro con i bambini. Carlo in braccio alla madre.

Nel giro di un quarto d’ora erano giunti a destinazione. I bambini scesero, trovarono una palla sgonfia abbandonata e iniziarono indisturbati una partita a calcio. Gli adulti, con passo lento e capo chino, si recarono alla colonna.

Sopra le loro teste, il traffico quotidiano della Salerno – Reggio  Calabria e a pochi metri da loro, le ruspe che smantellavano il viadotto per l’ennesima volta.

Sulla colonna soltanto una fotografia con la cornice ovale, un vasetto per i fiori e due parole “Antonio Pilastro”. Nonna Alfonsina accarezzò la foto con la mano, depose il suo mazzolino di fiori di plastica e iniziò a sgranare il rosario. Carlo e Paolo giocavano a calcio tra le ruspe e Filomena ascoltava i discorsi tra Zio Nicolino e suo marito. “Zio Nicolì, qui l’unica cosa da fare è andare all’Anas e parlare con loro”.

“Sì Renà, qui buttano giù tutto… Povero Antonio, pace all’anima sua…”

In quel momento nonna Alfonsina sì lamentò continuando a scuotere il capo: “Povero Antonino mio, pure da morto ve ne dovete stare all’impiedi…”  Filomena le cinse le spalle e con la coda dell’occhio controllava i figli.

“Mammà, mio padre faceva il portinaio, stava in piedi per lavoro… ve lo ricordate, zio Nicolì?”

“Eeeeh Renà, troppe cose vedeva tuo padre, la pover’anima di mio fratello… Se non avesse visto quel fatto della ‘ndrangheta…., adesso non sarebbe lì, cementato in quella colonna… Dai Renà, accompagnamo le donne a casa e andiamo all’Ananas”.

“Goooooooooool!” Paolo e Carlo nel frattempo avevano dignitosamente concluso la loro partita a calcio.

Si avviarono tristi verso la Duna e senza parlare tornarono a casa. Nonna Alfonsina fu sistemata in poltrona: con la fotografia di Nonno Pilastro in grembo recitava il rosario.

“Renà, vuoi che andiamo? L’Ananas chiude a mezzogiorno”.

“Sì zio Nicolì, adesso andiamo; fammi cambiare d’abito.”

Col completo gessato marron, col panciotto uguale e la cravatta salì in macchina accompagnato dallo zio. Arrivarono all’Anas in tempo, prima della chiusura, e si fecero ricevere dalla Direzione. Uscirono dall’ufficio del Signor Direttore all’una meno dieci; sembravano soddisfatti. Una volta a casa, avvisarono che l’indomani sarebbe stato tutto risolto, che avevano contrattato ed erano riusciti a risolvere il problema.

L’indomani, dopo colazione, squillò il telefono “Pronto? Sì, casa Pilastro… sì… sì certamente. Va bene, ve bene … sì d’accordo, sì, vi aspetto … Buongiorno a voi”.

“Era l’Anas”, annunciò Renato raggiante. “Oggi nel primo pomeriggio …Zio Nicolì, hai sentito?”

“Dobbiamo preparare tutto Renà, dammi una mano…”  e si avviò per le scale in canottiera.

Si armarono di attrezzi per il giardinaggio e si diressero verso il giardino condominiale. Filomena e la nonna osservarono la scena dalla finestra.

“Filomè, che stanno facendo?”

“Non lo so mammà. Hanno detto che tutto è risolto. Oggi pomeriggio deve arrivare qualcuno… Non lo so, non lo so proprio!”

Finito il lavoro salirono in casa e dopo pranzo l’attesa divenne febbrile. Nell’appartamento in Via dei Forti 23, dopo che Rosaria ebbe preso in consegna i due pargoli, l’unico rumore udibile era il ticchettio dell’orologio della cucina. Zio Nicolino, seduto al tavolo con la mano a reggergli la testa, sonnecchiava in trepida attesa; Renato fumava impaziente alla finestra e guardava la strada. Filomena e nonna Alfonsina riposavano nelle loro stanze.

Alle tre in punto arrivò il camion. Renato si precipitò in giardino seguito a ruota da zio Nicolino.

“Venga Dottò, venga venga! …Piano… E piano, porcaccia la miseria! …Ci sta la macchina mia! … ecco ecco, Dottò. Lo metta giù, lo metta giù!”

…E la colonna in cemento, dimora per l’eternità di nonno Antonio Pilastro, fu scaricata in giardino, con la foto e i fiori.

Zio e nipote sistemarono tutto nel migliore dei modi, compresa la foto e il vaso dei fiori. Adesso “il Pilastro” giaceva sereno nel giardino del condominio.

Suonarono il campanello di casa; le donne si affacciarono alla finestra e nonna Alfonsina si trovò dinnanzi al più grosso regalo della sua vita: nonno Pilastro in carne, ossa… e cemento stava lì, sotto i sui occhi… finalmente orizzontale!

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. 

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scrivendovolo

(52) Readers Comments

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    • Adoro Filomena, i suoi piatti tradizionali da asporto, la cura e l’amore che accompagnano i suoi gesti. Bellissima grazie.

    • è molto bello

    • Racconto veramente interessante! Complimenti

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  13. complimenti!!!! bellissimo

  14. complimenti x Nonno pilastro – Silvia Lombardi e Mario Courrier è bellissimo

  15. strabellooooo !!

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  17. Molto bello..complimenti!!

  18. Bellissimo!!!!!

  19. Bel racconto da leggere tutto di un fiato e poi è una storia simpatica

  20. Bel racconto da leggere tutto di un fiato ,una storia simpatica dal finale curioso! 🙂 Già sto aspettando il prossimo .complimenti

  21. Molto bello

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  24. Molto bello

  25. Nonno Pilastro è uno spaccato di una cruda realtà raccontato con maestria. Complimenti Silvia e Mario.

  26. godibilissimo

  27. Bel racconto. Complimenti!

  28. Un bellissimo spaccato della nostra Italia! Ironico, pungente, divertente … Vero!
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  31. Bellissimo -Stop
    Complimenti Stop

  32. Racconto bellissimo…brava!

  33. e brava la me Silvietta…..

  34. Piacevole e commovente

  35. Bello il racconto e bello l’insolito incontro tra nonno Pilastro e nonna Alfonsina.

  36. belli,complimenti

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