News Rivista — 04 febbraio 2014

“Se Geppetto non fosse stato un bravo falegname non gli sarebbe neppure venuto in mente di costruire un burattino che sapesse muoversi e parlare. […] Quando la tecnica non ci dà più alcuna preoccupazione, possiamo pensare ad altro. A costruire un burattino fenomenale…”.

Così Stefano Bartezzaghi si esprimeva su di una questione che da sempre tormenta gli spiriti più critici, nella letteratura come nell’arte o in altri settori. Talento o tecnica, creatività o duro lavoro. Nell’era delle scuole di scrittura, si è andata affievolendo l’immagine dello scrittore romantico in preda al genio creativo, che nei momenti di massima ispirazione abbandonava ogni altra occupazione per riempire le pagine bianche. Oggi la situazione è profondamente diversa: spesso chi vuole dedicarsi a questo mondo deve farlo anche con sudore e fatica oltre che con cuore e anima. In molti casi, a giudicare dalle testimonianze di chi ama condividere i propri segreti, la scrittura rappresenta un vero e proprio lavoro, con orari, routine, sacrifici e dolori. Ad esempio, lo scrittore portoghese Antonio Lobo Antunes in una recente intervista ha dichiarato di dedicare ben dieci ore giornaliere alla stesura dei suoi romanzi, impiegando uno o due anni a completarlo;  non importa se in larga parte di questo tempo non scrive una sola parola, a suo parere spesso è utile fissare lo schermo vuoto a lungo per farsi venire una buona idea, con l’aiuto di caffè e sigarette. Egli fa parte della schiera sempre più numerosa di chi sostiene che il talento non esiste, ciò che conta è una grande devozione e un’ottima formazione. Meno radicale nelle sue idee, l’autore giapponese Murakami invece crede che il talento sia, sì, fondamentale, ma che da solo non sia sufficiente per emergere. Gabriel Garcia Marquez, così come faceva Tolstoj, è solito rivedere i suoi romanzi finché il suo agente è costretto a strapparglieli letteralmente dalle mani. Tanto duro lavoro dietro un estro fuori dal comune. Dello stesso avviso Francis Scott Fitzgerald, per cui uno scrittore che sia anche artista deve essere il perfetto connubio tra genio creativo e ferrea tecnica. Si cade così in errore se si pensa che sia sufficiente solamente quest’ultima componente, rischiando di far passare il messaggio che chiunque, con le giuste conoscenze, possa essere un autore di successo. Messaggio che oggigiorno sembra essere stato, per l’appunto, recepito appieno dal pubblico. Molti covano il desiderio di veder pubblicato un qualcosa che porti il proprio nome, pensando di arricchirsi o semplicemente con il desiderio di veder affermata la propria personalità, una sorta di morfina intellettuale capace di anestetizzare i dolori quotidiani. Su questa lunghezza d’onda viaggiano le numerose scuole che imperversano nel web, promettendosi di formare i nuovi Asimov. Allo stesso tempo è suggestivo ricordare chi, come Alda Merini, si affidava all’ispirazione, ovunque e in qualsiasi momento essa imperversava. Il talento è qualcosa d’innato, un’abilità particolare che ci differisce da chi ci circonda, e solo grazie ad esso ci si può elevare per non restare degli imitatori, o dei semplici artigiani che hanno imparato a fare bene il proprio lavoro. Il talento, insomma, rende artisti, la sola tecnica abili comunicatori. Se è vero che l’equilibrio è sempre nel mezzo, forse non tutti saremo in futuro grandi narratori, ma con un po’ di volontà e di fatica sapremo magari trasmettere, a chi avrà la pazienza di ascoltarci, quell’enorme quantità di passioni e idee che rende ognuno di noi differente e unico.

Luca Loghi

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