Approfondimenti Rivista — 18 settembre 2012

Lungi da me voler seguire in maniera ostinata gli argomenti proposti dall’agenda setting dei grandi media, ma dato che in questi giorni la vicenda che tiene banco a livello politico è quella dell’ex-capogruppo del pdl alla Regione Lazio, Franco Fiorito, reo di aver detratto fondi dal budget per le attività politiche messo a sua disposizione dall’istituzione per folli spese di carattere personale, non ho potuto evitare di chiedermi (dal punto di vista etico e morale c’è poco da chiedersi): in tempi di austerity, è forse normale che questo soggetto abbia avuto a disposizione un budget così elevato (si parla di sei milioni di euro) per le non meglio specificate “attività di promozione politica”?

Evidentemente sì, visto che, come dopo l’apertura di un gigantesco vaso di Pandora, si scopre che i fondi elargiti dalla Pisana del Lazio sono astronomici anche per quelli che hanno la decenza di non rubarli. Un esempio solo: duecentomila euro annui a disposizione di ogni consigliere comunale per le suddette attività di promozione politica. Ora, visto che il Lazio ha diritto ad avere cinquanta consiglieri regionali, e che ognuno di loro guadagna già normalmente come un deputato della Repubblica, ecco che facendo due conti si scopre che la Pisana somiglia (va?) molto ad un ente di beneficienza… di soldi pubblici. Vabe’ dai, faccio un altro esempio: il presidente del consiglio regionale del Lazio intasca una busta paga pari a quella di Barack Obama, l’uomo più potente del mondo.

La seconda domanda che mi sono posto è: come siamo messi con la cultura? Anche quello è un settore dove l’austerity conta solo per la cronaca? Una parziale risposta mi è stata fornita dall’inchiesta giornalistica condotta da quattro manager e professori tedeschi, dal titolo, eloquente, “L’infarto culturale”. Infarto in termini economici, s’intende. Loro, in Germania, sostengono che l’offerta del settore culturale (musei, teatri, biblioteche etc) è enormemente superiore alla domanda e i finanziamenti pubblici non arrivano più come un tempo. La soluzione è di quelle che gli italiani, di questi tempi, conoscono bene: tagliare i costi. Ma non tagliare alla cieca, come, sempre gli italiani, conoscono bene, bensì affidandosi a metodi seri e rigorosi che permettano di individuare quali istituzioni vadano privatizzate o eliminate, in virtù della loro poca tendenza all’autofinanziamento oltre che del loro scarso valore culturale.

6.000 musei sono troppi, gestire le risorse in modo da ridurne il numero e aumentarne la qualità.

Terza domanda: in Italia la situazione qual è? Più di 3.500 musei, di cui 50 nella sola Torino. Certo, l’Italia è il paese dell’arte ed è giusto che il patrimonio che consideriamo un vanto venga salvaguardato, ma, proprio per questo, forse è necessario che alcune di queste istituzioni, spesso di nicchia e esigue per numero di visitatori, vengano accorpate o aperte al finanziamento da parte dei privati per evitare una dispersione dei, già esigui, fondi a disposizione.

Già, i privati, ma chi sarebbe disposto ad investire nella cultura? La cultura è notoriamente considerato un settore anti-economico e in tempi di crisi è impossibile trovare qualcuno disposto ad investirci sopra, forse. Nella citata Germania, ad esempio, la BMW ha deciso di collaborare con il Gugghenheim di Berlino per creare un progetto nel quale team internazionali composti da giovani esperti in urbanistica, architettura, arte, design, scienza, tecnologia, cultura e sostenibilità saranno impegnati in progetti, esperimenti e discussioni pubbliche su temi relativi al moderno vivere cittadino. L’iniziativa si ripeterà in nove città tedesche. In Francia invece il caso più famoso è quello della “Société des Amis du Louvre”, una società di azionariato popolare per il finanziamento del museo parigino con oltre 7.000 membri che donano soldi con agevolazioni fiscali del 60% che arrivano fino al 90% per le imprese.

La chiave di volta potrebbe essere proprio quella di incentivare fiscalmente gli imprenditori, da un lato, e dall’altro dirottare risorse nella “formazione”. Sì, perché alla fine del questionario ispiratomi dalle gesta del mio paffuto conterraneo, sono giunto alla, già consolidata, conclusione che le università umanistiche, in questo caso quelle artistiche, vadano sostenute a dispetto della loro scarsa economicità, allo scopo di alfabetizzare trasmettendo valori morali e intellettuali, formando un pubblico colto e producendo figure professionali in grado di rilanciare il settore.

Con buona pace delle leggi del mercato sovrano.

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.