News Rivista — 22 agosto 2013

È vero, non possiamo negarlo, a differenza di molte, troppe altre realtà mondiali, la nostra società è sempre stata piuttosto provinciale. In troppi si sentono cittadini del mondo e sempre pronti a esplorare culture diverse da quella natìa, in troppi sopravvalutano l’erba del vicino che non sempre è la più verde.

Sarà per gli stereotipi che hanno sempre colpito l’immagine dell’italiano nel mondo, dai quali nessuno si sente rappresentato ma che qualcuno avrà anche contribuito a creare. Sarà per il prestigio a cui tutti aspirano che nel corso del tempo si è incarnato nei panni di modelli di società esotici. Sarà… ma non è un caso che, tra amici, quando si fraintende qualche discorso, si parla di “misunderstanding” e non di “incomprensione”.

Sono lontani i tempi in cui il fascismo imponeva l’utilizzo del termine “acquavite” al posto di “brandy” o “bevanda arlecchina” per “cocktail”. Provate voi ad entrare in un pub e chiedere la bevanda arlecchina della casa. Oh, “pub”, giustappunto.

I tempi cambiano, le tradizioni si dimenticano e l’identità perde valore. E il linguaggio d’uso comune ne risente.

Mentre in Cina vige già da qualche anno il divieto per giornali, case editrici e siti web di utilizzare termini stranieri, specie inglesi, un recente studio della Agostini Associati sull’uso dei termini inglesi utilizzati nelle aziende italiane ha rilevato che negli ultimi otto anni l’uso dell’idioma anglosassone è aumentato quasi dell’800%.

Il fatto che questo processo venga accentuato dall’importazione di forestierismi anglosassoni in campo economico è palese. Tant’è che persino i nostri nonni parlano di “spread”, magari storpiandone a loro volta la pronuncia e ignorandone lo spelling (Toh, ancora), però è indubbio che dagli ambiti economici, ma non solo, il nostro linguaggio si sia arricchito in modo abnorme di termini stranieri.

La cosa davvero curiosa e allarmante, però, è che la maggior parte dei termini assimilati da chi parla italiano ha connotazioni diverse da quelle che avevano in origine, col rischio di penalizzare le comunicazioni sia tra connazionali sia tra persone di provenienza differente, che si ritroverebbero ad esprimere concetti differenti utilizzando la stessa parola. Prendiamo, a mo’ d’esempio, la parola “ticket” che in inglese significa biglietto. Sennonché nel burocratese italico è d’uso indicare con “ticketun tributo (il “ticket”sanitario!), o comunque un contributo fiscale.

Occorrerebbe – afferma a questo proposito Marco Biffi, docente e responsabile del sito dell’Accademia della Crusca – abbandonare l’atteggiamento “provincialista” di pensare che la cultura e la lingua straniera sia migliore di quella italiana.”

Il discorso è molto semplice e parte, come sempre, dai media, che hanno il compito di educare oltre che di informare, essendo l’unico mezzo di comunicazione che ovunque in una nazione utilizza lo stesso codice linguistico. Come il loro apporto è stato fondamentale per la creazione di una lingua unica, deve esserlo anche in difesa di essa.

Piuttosto quanto potrebbe essere utile, anche se meno cosmopolita, riscoprire l’utilizzo di termini italiani di cui praticamente tutti ormai ignoriamo il significato?

Daniele Dell’Orco

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