News Rivista — 09 gennaio 2013

La nomea della parola “artificiale” può nascondere quanto in realtà c’è di positivo dietro un artificio, dietro uno strumento creato per modificare uno stato apparentemente immutabile.

Dall’adattamento dell’uomo all’ambiente nascono quelle idee che nella plasticità del progetto trovano la forza di irrompere nella realtà e di plasmarla a propria immagine e somiglianza.

Uno strumento in più significa, spesso, una possibilità in più. Ed è quella che i bambini dell’Etiopia hanno ricevuto grazie all’esperimento sul rapporto fra loro e i computer; firmato da Nicholas Negroponte, professore del Massachusetts Institute of Technology (Mit).

40 bambini africani e analfabeti, con un’età compresa tra i 4 e gli 11 anni, sono stati messi alla prova dovendo utilizzare dei tablet, forniti dagli sperimentatori, autonomamente, senza la guida o la spiegazione degli adulti. Hanno impiegato cinque giorni per usare 47 diverse applicazioni, due settimane per cantare l’alfabeto, in un inglese per loro sconosciuto.

Dopo dieci settimane con il laptop Kelbessa sapeva scrivere “lion”, leone, tracciando le lettere sulla terra battuta. A Wonchi e Wolonchete, nessuno prima sapeva leggere e scrivere.

Le memory card di ogni laptop vengono prelevate, sostituite ogni settimana e sottoposte all’analisi del Mit. Tutti i bambini stanno imparando inglese e amarico etiopico; proprio perché tutti usano il computer per una media di sei ore al giorno. In genere quando fa buio e sono finite le attività quotidiane di aiuto agli adulti è possibile usare i nuovi strumenti. Alcuni bambini hanno anche imparato a hackerare le protezioni.

Secondo lo studioso Nicholas Negroponte servono almeno due anni perché i dati siano convalidati dalla comunità scientifica.

One Laptop per child ha messo due milioni e mezzo di Motorola Xoom a disposizione dei bambini di 40 Paesi, dal 2005 ad ora.

Negroponte ha spiegato:

“Con il lavoro già fatto in quei Paesi, abbiamo scoperto che i bambini imparano molto da soli. Ma quanto? Per rispondere, ci siamo concentrati sui 100 milioni che non hanno una scuola. Ed è così che abbiamo scelto i due villaggi etiopici per scoprire se un bambino può imparare a leggere da solo. Se può farlo, poi potrà anche leggere per imparare. Se funzionerà, ci indicherà la strada per raggiungere quei 100 milioni”.

E’ bastato uno strumento perché la mente di un bambino potesse finalmente scavalcare quei grandi limiti posti dalla povertà e dall’analfabetismo.

Sofia Di Giuseppe

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