Approfondimenti Rivista — 24 marzo 2014

Affascinante, come sempre, salire la scala della Kunsthaus di Zurigo.. .Nel bianco abbagliante e minimale delle pareti il titolo e un profilo di donna.

Si sale così. Accompagnati dall’urgenza di vedere Matisse, perché Matisse è il più famoso e noi siamo spesso condizionati da questo, ma se Matisse porta visitatori a una mostra dalla concezione così originale che propone una visione vasta e lungimirante della storia dell’arte e dalla cultura europea, è due volte benvenuto.
Sono accompagnata da lui e non solo.  Anche dai  Préludes di Debussy.
Una mostra ha una sua colonna sonora, è composta di emozioni, compagnia, aspettative, note, bisbigli, desideri, sussulti, sensibilità, e, per quello che riguarda la sinfonia giusta per venire a visitare questa fantastica esposizione nella sua unica tappa europea, credo che Debussy sia perfetto. L’avevo ascoltato a lungo la notte precedente, assaporando ogni nota mentre alcuni amici mi mi mostravano opere d’arte appena terminate  e si beveva vino rosso, mangiando cetrioli e olive.

Accadono queste cose, in certe notti di primavera, a Zurigo, quando gran parte della città va a dormire in orari “frugali” chi fa arte o all’arte si interessa, chi scrive, chi pensa e si confronta volentieri su geopolitca, antropologia, amore, speranze,  lascia che le notti si sgranino, e che si smaglino adagio mentre si fa giorno.

Quale vigilia migliore.

Avvicinandomi all’esposizione era inevitabile che le note ascoltate la sera fossero ancora lì ad accompagnarmi.

Mi succede abbastanza spesso di scrivere resoconti di mostre, di “narrare visioni” o esposizioni attese e speciali e ho deciso che per ciascuna suggerirò una colonna sonora. La mia, quella che mi appare più adatta per molte ragioni, quella che si può sentire, prima, durante, in cuffia, o dopo.

 

Quindi., Arrivo alla Kunsthaus con il 31 dal Kreis 4, il quartiere dove c’è  la “mia” strada preferita, Langstrasse e dove ci sono gli alberghi meno cari,  il quartiere cosmopolita che non dorme mai, la Svizzera meno Svizzera dove parlano tutte le lingue del mondo con locali e piccoli market aperti 24 ore su 24 Da lì sono partita, al mattino, il tempo giusto, una primavera che avvolgeva il lago e la Limmat.

Dal Kreis 4 si raggiunge il museo in pochi minuti. Un caffè con un caro amico, nella quiete sospesa della caffetteria, una fetta (carissima) di torta di mele e via, su quella scala, tante volte percorsa, per Chagall, per Munch e altri.

L’emozione c’è  sempre, nel silenzio composto dei saloni, leggendo la consueta introduzione storica prima di iniziare

l’immersione. Cercando Matisse, certo. Ma lasciandosi colpire da nomi noti e meno noti, e soprattutto da contatti impensati, dalla storia dell’arte che si intreccia e si trova avvolta alla Storia dei popoli, alle guerre, ai cambiamenti.

Si tratta di  una mostra di particolare interesse, come quasi sempre accade nel museo svizzero grazie anche a una cura organizzativa e a un’attenzione espositiva notevole,  una mostra  rivolta a mostrare la complessità, l’ampiezza delle contraddizioni di un’epoca che si è tentato spesso di rinchiudere da un punto di vista geografico, creando confini che non esistevano. Sarebbe assurdo, infatti,  identificare il luogo di origine dell’espressionismo in un solo paese, la Germania.  La mostra  propone oltre 100 opere di 37 artisti e il fulcro  è lo scambio creativo avvenuto nel XX secolo tra le avanguardie parigine e le diverse associazioni artistiche tedesche. Quadri  di Cézanne, Gauguin, Matisse o Delaunay a confronto con Schmidt-Rottluff, Kirchner, Pechstein e altri mirano a modificare il luogo comune che l’espressionismo sia di ideazione meramente tedesca.  L’espressionismo, con le sue assolute meraviglie e con alcuni quadri meno noti che avrete occasione di scoprire a Zurigo,  non è stato un movimento “nazionale” ma è emerso e si è sviluppato attraverso scambi vibranti e fecondi che hanno trasceso tutti i confini. Una mostra ipnotica, piena, grondante, avvolgente di colori, informazioni, citazioni, locandine, manoscritti,si sposterà poi negli Stati Uniti e in Canada. Si tratta quindi di una vera occasione da cogliere prima della conclusione, l’11 di maggio. Da vedere e rivedere, sedendosi davanti ai quadri, lasciandosi macchiare la pelle dal colore.

Si esce dalla Kunsthaus con la consapevolezza che le opere della modernità classica e dell’espressionismo tedesco rispecchiano l’epoca turbolenta delle violazioni delle regole artistiche convenzionali e che l’arte non rispetta fili spinati e barriere.

Si esce con uno sguardo ampio, e con alcune citazioni importanti come questa

“Every work of art is the child of its time. Often it is the mother of our emotions”. Wassily Kandinski

Francesca Mazzucato


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