Approfondimenti Rivista — 03 marzo 2014

Di nuovo un “lutto”, un’altra libreria indipendente che chiude, un altro tesoro di cultura che si disperde. La Libreria Ambrosiana di Milano dopo oltre un secolo di attività, a lungo florida, a breve chiuderà i battenti.

Il titolare quasi non ha voce per parlare, tanto è commosso.

Questo è solo l’ennesimo esempio di un fenomeno che ormai si ripete pressoché quotidianamente soprattutto nelle grandi città, la chiusura delle botteghe storiche, in primis proprio le librerie.

La crisi economica che attanaglia il Paese ormai da sei anni uccide prima di tutti i deboli, e i deboli sono proprio i piccoli negozi dediti ad attività artigianali, esercitate per decenni con passione ed entusiasmo, magari con introiti modesti, ma comunque sufficienti per affrontare le spese di gestione, prima fra tutte l’affitto.

Ora invece, nonostante la fatica e gli sforzi, la diminuzione delle vendite e le grandi catene commerciali, cresciute in modo esponenziale grazie (o meglio, a causa) di una “politica” di concessioni sconsiderate, fanno sì che queste piccole botteghe – e le librerie fra esse –  spesso a gestione familiare, non riescano neppure più a sostenere il peso del canone di locazione, pressoché immutato, se non aumentato nel tempo.

E così, lentamente – ma neppure troppo – si disperde un patrimonio umano e culturale, fenomeno ancora più evidente nel caso delle piccole librerie indipendenti, luoghi in cui l’appassionato poteva scovare libri altrove introvabili o addirittura sconosciuti all’anonimo “commesso” (tale infatti è spesso il libraio nelle grandi librerie di catena), fare scoperte, scambiare due chiacchiere con il titolare, quasi sempre persona di grande cultura.

Questo triste ed amaro trend tuttavia si può fermare o quanto meno attenuare.

E’ tuttavia indispensabile agire su più fronti e coinvolgere molteplici soggetti.

Primario ed anzi imprescindibile appare, a mio sommesso parere, l’intervento delle istituzioni pubbliche,  con l’adozione di politiche non solo atte a incentivare la lettura e a limitare gli sconti (si sa che le grandi promozioni favoriscono soltanto le grandi catene), ma anche e soprattutto volte a rafforzare la posizione delle librerie indipendenti nel rapporto con le case editrici e i distributori.

Per fare soltanto un esempio, ora la piccola libreria deve pagare tutto entro 90 giorni, con un inevitabile grosso sforzo economico che nella maggior parte dei casi non viene neppure pareggiato. E’ vero che poi c’è la possibilità del “reso”, ma questo prevede che in cambio dei libri non venduti e restituiti venga data non la restituzione del denaro pagato, bensì un altro stock di libri e così via, senza alcun concreto ritorno economico immediato, che spesso è invece proprio ciò che occorre. Maggiormente vantaggioso sarebbe invece, per il libraio, l’adozione del “conto deposito”, in base al quale  il libraio preleva dal magazzino il quantitativo di merce necessario secondo le sue esigenze e solo in questo momento e solo per il quantitativo prelevato la merce passa effettivamente di proprietà dal fornitore al libraio, che così paga esclusivamente ciò di cui ha bisogno.

E ancora, per ovviare al problema della scomparsa di questi scrigni storici, utile e importante sarebbe anche, a parere di chi scrive, l’apposizione del vincolo di destinazione d’uso sugli immobili che ospitano le librerie più antiche, che, spesso nate alla fine dell’Ottocento o poco dopo, si trovano talora sostituite da un ennesimo negozio di abbigliamento (!).

Inoltre, per affrontare il problema dei canoni di locazione spesso elevatissimi, appare ormai improcrastinabile l’adozione/imposizione di una politica di canoni calmierati in relazione agli esercizi commerciali – non solo piccole librerie, ma botteghe antiche generale – che rivestono un interesse storico, artistico, culturale, se necessario anche ponendo le botteghe stesse sotto la tutela della competente Soprintendenza ovvero acquisendole al patrimonio del competente Comune, che potrebbe poi stabilire un canone pressoché “simbolico”, anche se tale ultima ipotesi appare quanto mai lontana dall’attuazione, data la scarsità di risorse finanziarie che affligge le amministrazioni locali.

Da parte loro, poi, i librai potrebbero e dovrebbero – anche se so bene che le risorse economiche disponibili spesso non bastano –  differenziare maggiormente le loro proposte da quelle delle librerie di catena, ad esempio focalizzando la propria offerta su alcuni temi o autori specifici, oltre ad organizzare incontri, eventi e corsi presso la libreria, magari stilando anche, a cadenza periodica, un giornaletto della libreria stessa, con l’aggiornamento delle proposte e una sintesi degli eventi/interventi.

Infine, anche i lettori dovrebbero attivarsi, ovviamente prediligendo per i propri acquisti le librerie indipendenti e pubblicizzandole, oltre che non chiedendo sconti.

Questi sono soltanto alcuni esempi di iniziative che potrebbero adottarsi per fermare la lenta moria delle piccole/medie librerie, ma ogni idea è benvenuta se mira a salvare il tesoro culturale che esse rappresentano.

Il dibattito è aperto, si accettano volentieri suggerimenti.

Simona Zagnoni

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