Approfondimenti Rivista — 12 dicembre 2013

Il rimando al grande rogo dei libri nella Berlino nazista del 1933 è automatico, anche se la storia è in realtà piena di casi analoghi.

Di certo però, l’estemporanea quanto infelice affermazione di cui si sono resi protagonisti alcuni componenti del movimento dei “forconi” ha dell’assurdo.

Sono difatti in atto in tutta Italia in queste ore delle accese manifestazioni di piazza ad opera non solo di esponenti di movimenti politici anti-governativi, ma anche di tanti, tantissimi giovani precari, studenti, artigiani e lavoratori in crisi in generale.

La rivendicazione principale è sacrosanta: seppur per motivi e con conseguenze diverse, tutti i manifestanti sono accomunati dalla mancanza di speranza. Le istituzioni, a prescindere da chi le incarna in questo momento, hanno tolto e stanno togliendo agli italiani il sogno di potersi sentire realizzati, di poter creare grazie allo spirito d’iniziativa che da sempre contraddistingue il nostro popolo, di poter guardare al futuro con fiducia e ottimismo. C’è chi si sente privato di tutto, chi si sente tradito e demotivato, svuotato, indignato. E proprio in preda a questa cieca indignazione alcuni manifestanti, giovani, probabilmente studenti, si sono resi protagonisti a Savona di un gesto incosciente, entrando nella locale libreria Ubik urlando davanti ai clienti “Chiudete la libreria! Bruciate i libri!”

Oltre alla ovvia constatazione che un rogo di libri non è mai una soluzione e anzi si tratta di un gesto che serve, ed è servito in passato, a soffocare idee impopolari, rivoluzionarie, giuste, ciò che di certo in questo momento storico non può essere considerato un nemico è proprio il libro.

Negli ultimi decenni si è perso il conto di quanti ministri della cultura hanno provveduto, in nome dell’attività dei governi che rappresentavano, a tagliare fondi a scuola, editoria, progetti culturali. Giornalisti, scrittori, librai, intellettuali si sono visti ridurre lo spazio a loro disposizione per diffondere idee spesso proprio anti-sistema, e centinaia e centinaia di studenti hanno scelto di scendere in piazza in tempi non sospetti proprio perché vedevano negato il loro diritto allo studio, e quindi la possibilità di accesso alla cultura.

Per questo la domanda piuttosto ovvia è: non si combatte forse lo stesso nemico? Non si è dalla stessa parte della barricata?

Il libro rappresenta la diffusione del sapere, spesso proprio quel sapere che, latitando, rende le menti deboli e più facili da indottrinare, quel sapere che se manca rende vuoti e ciechi.

C’è, giustamente o no a seconda dei punti di vista, un manipolo di persone che in piazza manifesta un dissenso, ma vale sempre la pena di ricordare che, sebbene le forme di protesta siano sacrosante fino a quando non ledono i principi di civiltà e rispetto, esiste anche, ancora, un esercito di persone che ogni mattina decide di manifestare lo stesso dissenso andando ad aprire la propria libreria e tenendo duro, manifestando la volontà di difendere la libertà di costruire un sapere, nonostante da parte di queste stesse istituzioni che il movimento dei “forconi” vorrebbe deporre, c’è sempre una freddezza e un astio verso tutto ciò che non produca ricchezza materiale.

Se la protesta del movimento dei “forconi” consiste nell’occupare, assaltare, bloccare e agitare, quella del movimento della “cultura” consiste nel partecipare a una fiera del libro, quella tenutasi a Roma lo scorso weekend, sfidando a viso aperto crisi economica e crisi spirituale, consiste nell’avviare progetti ambizioni anche se rischiosi per promuovere la pratica della lettura, la produzione letteraria di qualità e la riscoperta del valore della cura dell’intelletto. E questo esercito ha un libro come simbolo, e non un forcone.

Piena solidarietà ai gestori e ai dipendenti della Ubik di Savona.

Daniele Dell’Orco

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