Approfondimenti Rivista — 16 dicembre 2012

Nella Repubblica Popolare Cinese (da non confondersi con la Repubblica di Cina, meglio nota come Taiwan e molto diversa) non sono permesse molte cose. 

Per esempio avere più di un figlio per coppia o i film con trame contenenti viaggi nel tempo, “mancanti di pensiero positivo” e contro il rispetto della tradizione poiché riscriverebbero la storia. Qualche giorno fa, il 28 novembre, un articolo de “La Stampa” ci ha svelato che alle cose proibite nella dittatura socialista cinese se ne è aggiunta un’altra: “Il colpevole va sempre punito se il giallo è scritto in Cina” (tra l’altro, titolo dell’articolo di Ilaria Maria Sala).

Il Partito infatti, organismo di supremo controllo delle attività dei cittadini, non gradisce che siano messi in discussione – se pur per finta – i suoi organi giudiziari e burocratici e le sue forze dell’ordine. Però, prima di sentenziare giudizi e di interrogarci su quanto una dittatura, seppur “democratica” (come è definita quella cinese), limiti la vita delle persone che vi devono sottostare, cerchiamo di capire che differenza ci sia tra la nostra visione occidentale e la loro, orientale, del genere del poliziesco.

In Cina “poliziesco” (zhentan xiao shuo) significa sostanzialmente “romanzo investigativo”. Zhentan, però, è usato anche come sostantivo, e significa “investigatore”. Di conseguenza, i romanzi della categoria sono quelli che vedono come protagonista un detective, un investigatore privato che, una volta indagato risolve il caso e riporta tutto alla normalità (cosa già di per sé problematica, non essendoci investigatori privati in Cina). Ma non  solo: la lingua cinese ha un’ampia scelta di termini per indicare il romanzo giallo, ognuno dei quali molto poco appropriato ai thriller importati dall’occidente, scritti con categorie mentali molto diverse dalle loro e quindi difficilmente traducibili. 

Stanchi perciò di tradurre dall’inglese, francese, italiano e svedese (le nazioni che qui ad Ovest hanno una storia giallistica più importante) da qualche tempo è iniziata a nascere una produzione veramente “made in China”.

Xiaolong, anche tradotto in italiano da Marsilio, ne è esempio: scrive in inglese, ambientando a Shanghai, e fin li, tutto bene, i romanzi hanno grande successo. Ma nel momento in cui deve essere tradotto in lingua madre, ecco che iniziano i problemi: il  Partito non può e non vuole accettare che nella sua Shanghai ci possano essere delitti, o, peggio ancora, che qualcuno possa inventarseli e scriverci sopra un romanzo. 

Cosa vi ricorda ciò? Censura dittatoriale, né più né meno. Esattamente come succedeva nella Russia stalinista (il cosidetto “realismo socialista” imposto dai capi di partito) o nella Germania e nell’Italia nazi-fasciste, con scrittori costretti ad interrompere la produzione se non accettavano di limitarsi a quello che volevano i capi. 

Racconta He Jiahong, romanziere e giurista di Pechino: << le autorità di Pechino sono più rilassate rispetto a quelle di Shanghai […] Alcuni casi però, in particolare se includono omicidi o quadri di Partito, devono avvenire in località immaginarie >>

Più rilassate si, più libere no. E allora che succede a chi rifiuta di cambiare i suoi romanzi, come Wang Xiaofang, Lei Mi o Zhi Wen? Diventano “impubblicabili”. Sono costretti, cioè, a scrivere in altre lingue, per case editrici estere, troncando di netto le gambe alla nascita di una solida traduzione poliziesca cinese, sicuramente interessante per il confronto con la nostra occidentale. 

Ai tempi del Partito, si sa, non si può fare di testa propria: e mi raccomando, a fine romanzo, sempre punire il delitto ed il delittuoso. Ma solo se è cinese (che in Occidente, si sa, il crimine è lasciato impunito).

 

 

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