Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Non sono nata ieri e di “giri” nella mia vita ne ho fatti tanti.

C’è chi dice troppi!

Il mio svezzamento è cominciato presto, avevo circa 14 anni, frequentavo solo il quarto ginnasio.

I miei genitori, preoccupati della mia incontenibile vivacità, che spesso debordava in spregiudicatezza, mi invitavano ad essere più prudente, ma io niente, facevo sempre di testa mia, e del giudizio degli altri, sempre citati a pesante monito, ma mai chiaramente identificati, io me ne fregavo bellamente, erano gli anni 70, gli anni della contestazione, e io contestavo.

Il ‘68 mi aveva spianato la strada e io certo non volevo rimanere a piedi.

E poi perché avrei dovuto, avevo tutti i numeri per godermi la vita, ero giovane, ero sveglia e avevo anche una certa capacità nell’intuire a naso l’attimo esatto in cui dovevo fermarmi, sapevo muovermi con disinvoltura senza mettermi nei guai.

Come se non fossero bastati loro poi, anche mio fratello, sempre più rispettoso delle regole di quanto lo fossi io, ma soprattutto pavido per natura, mi invitava ad avere un contegno più adeguato al mio essere femminuccia e, mi auguro inspirato più da amor fraterno, che da inconfessata gelosia, mi invitava ad assumere un atteggiamento meno potenzialmente pericoloso.

Periodicamente venivo sottoposta a noiosi sermoni; e con lugubri vaticini, mi venivano paventate le possibili conseguenze del mio fare, del mio continuo girare, e di come in età più matura avrei potuto pagare amaramente le conseguenze della mia giovanile intemperanza.

A quell’epoca erano poche le ragazze che osavano fare quel che facevo io, a parole si dichiaravamo tutte moderne ed emancipate, urlavano ai quattro venti l’utero è mio e lo gestisco io, ma quando poi si trattava di mettersi davvero in gioco e si doveva davvero rischiare sulla propria pelle erano molto più numerose le fanciulle che facevano marcia indietro rispetto a quelle che continuavano ad andare avanti.

Dai 14 anni fino ai venti ho saputo godermi la vita e certo non mi sono risparmiata nessuna esperienza.

Ero io che decidevo tutto, il se, il quando, il dove e soprattutto con chi andare, senza lasciarmi influenzare o guidare da nessuno che non fosse di mio gradimento.

I miei genitori con il tempo si sono rassegnati alle mie smodatezze e impotenti hanno assistito al mio continuo cambiare, pagando spesso profumatamente la mia ricerca di emozioni sempre più estreme.

Solo nel continuo provare, nell’indefessa ricerca di qualcosa di nuovo, nel lasciare la strada vecchia in favore della nuova, trovavo il vero spasso, il godimento completo.

E così senza soluzione di continuità la mia vita è andata avanti fin circa ai miei 20 anni.

Poi il brusco e inspiegabile cambiamento; come colpita da un malefico incantesimo paralizzante il mio spirito libero si è inizialmente assopito fino a cadere in un sonno letargico durato più di 15 anni.

Niente più percorsi nuovi, niente più rischi eccitanti, un lento camminare lungo una strada sempre uguale, che se da una parte rendeva finalmente sereni i miei genitori, dall’altra aveva spento ogni mio entusiasmo.

Quando ormai ero rassegnata ad un presente che non riuscivo più a governare e soprattutto a godere ti ho incontrato.

Era settembre.

Il nostro fu il più classico dei colpi di fulmine.

Io entrai in un negozio, tu eri già lì, ci guardammo e l’intesa nacque all’istante.

Eri vestito di blu, elegantissimo, forse un po’ in carne, ma ben fatto.

Ricordo che pensai… “interessante quel ciccio”.

Il tuo vero nome, un misto tra l’americano e l’asiatico era Habana, mi piacque molto, ma forse per sottolineare quanto per me tu fossi unico, ti ho chiamato sempre e solo Ciccio.

Anche per te fu amore a prima vista, io così minuta, vestita in rosso, attirai da subito la tua attenzione; basti dire che dal negozio uscimmo insieme e per lunghi e indimenticabili 13 anni non ci lasciammo mai.

Dove io andavo c’eri sempre anche tu.

Quante passeggiate insieme, quante esperienze abbiamo vissuto, belle e meno belle, ma sempre insieme.

E il nostro sodalizio cresceva, la nostra intesa non aveva eguali.

Quando giravamo per Roma spesso la gente ci guardava, sapevamo di essere una coppia un po’ particolare, tu così ciccio, io così piccoletta, forse nell’insieme sproporzionati agli occhi dei passanti, eppur fra noi così armoniosi.

Se poi non stavo bene, tu non mi lasciavi sola, non sei mai uscito senza di me.

Anche io riservavo a te le stesse amorose cure, e se non te la sentivi di andare in giro, anche io rimanevo a casa.

Tutti i miei amici ti hanno amato sin da subito ed erano sinceramente partecipi della nostra gioia.

Quando poi all’improvviso pioveva noi eravamo particolarmente felici.

Nella città tutta bagnata, mentre i passanti frettolosi cercavano rifugio nei portoni o sotto gli ombrellini tascabili, noi ci divertivamo ad andare a spasso giocando ad entrare nelle pozzanghere.

La spesa al supermercato poi era un vero sballo, si trasformava in un divertimento.

Una, due, tre buste, non importava, insieme eravamo fortissimi, riuscivamo a portare a casa tutto  in un solo giro.

Al mare ci siamo andati una sola volta, non volevi mai lasciare Roma, ma io non ne ho mai patito, l’importante era stare con te, non il dove.

Tu hai sempre saputo che per me non sei stato il primo, ma mai, dico mai, mi hai afflitto con atteggiamenti di gelosia retrospettiva.

Certo io per onestà ti ho raccontato delle mie esperienze giovanili e di quanti tentativi avevo fatto per trovare davvero il mio tipo, ma che in verità, nonostante ne avessi provati molti, forse troppi, fino a confondermi, non fossi mai riuscita a trovare quello giusto.

Avevi piena fiducia in me e sapevi che dopo tanto sperimentare, dopo tanto cambiare, finalmente io mi sentivo paga, e che ora per me esistevi solo tu.

Anche tu caro Ciccio non eri alla tua prima esperienza, ma io non ebbi il tuo stesso coraggio, non volli sapere niente del tuo passato, sentivo che ne avrei sofferto troppo, avrei voluto essere per te la prima e l’unica.

Posso dire senza ombra di dubbio che non ci siamo mai traditi; abbiamo vissuto13 anni di inossidabile fedeltà.

Non so quante coppie possano dire la stessa cosa!

E poi la nostra gioia, il nostro entusiasmo, eravamo unici; andando con te per le vie della città, spesso cantavo e tu con il tuo vocione profondo mi facevi da sottofondo, eri un po’ stonato, a volte sembrava che tu gracchiassi addirittura, ma non te l’ho mai detto, ti amavo tanto.

In questi anni insieme, purtroppo, non sono state sempre rose e fiori, alcune volte ti sei ammalato, ma con il mio amore, la mia pazienza e gli specialisti giusti ti sei sempre ripreso bene.

Poi è arrivato il 18 maggio di quest’anno, era un sabato.

Sembrava una cosa da niente, la diagnosi non sembrava preoccupante; alcuni giorni di riposo e ti saresti ripreso come sempre, così mi avevano assicurato.

E invece la speranza è durata ben poco, solo qualche ora, poi tutto è precipitato.

Non camminavi più, nemmeno un passo, stavi lì fermo, immobile, incapace a fare anche solo un metro, i tuoi occhi, un tempo così luminosi, d’improvviso si erano spenti, il tuo cantare con voce un po’ rauca stava scemando, non c’era modo di riaccendere la tua voglia di vivere.

Ho fatto l’impossibile per cercare di salvarti, ho interpellato i migliori specialisti, ma non c’è stato nulla da fare.

Amor mio oggi è il 23 maggio ed è il nostro ultimo giorno insieme… mio inseparabile motorino, mio Ciccio, mio Habana 50, fido compagno delle mie passeggiate per Roma, con il cuore spezzato ti affido quindi a Manuele Marzi, il mio meccanico di fiducia, sarà lui che ti accompagnerà nel tuo ultimo viaggio fino AL CENTRO DI  RACCOLTA VEICOLI A MOTORE – DEMOLIZIONI POMILI SRL- .

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scrivendovolo

(1) Reader Comment

  1. Questo racconto e fantastico…l’ho riletto tre volte ed ogni volta cado nell’inganno!!
    Complimenti a l’autrice!

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