Approfondimenti Rivista — 02 marzo 2013

Poche settimane fa, Amazon è stata al centro di un caso che riguardava il servizio d’ordine utilizzato in uno dei suoi stabilimenti in Germania. Si parlava di guardie un po’ troppo severe, soprattutto con i dipendenti stranieri impiegati nel magazzini. Addirittura sono uscite presunte connessioni fra il servizio di sicurezza assunto dall’azienda e dei movimenti neonazisti. La compagnia di e-commerce si è affrettata a indagare e a licenziare la suddetta security.

Per non parlare della vicenda, già sottolineata da noi, delle agevolazioni fiscali di cui gode Amazon in Italia sfruttando un semplice escamotage burocratico, mantenendo la sede operativa continentale in Lussemburgo e non pagando dunque le tasse in Italia pur avendo un magazzino imponente e una società di smistamento dei pacchi nel Bel Paese.

Oltre questi “casi”, capita a volte anche di dover chiedersi: ma che tipo di organizzazione si cela dietro un servizio come quello di Amazon? Come svolgono la loro attività di evasione degli ordini in tempi così brevi, a volte anche inferiori a 24 ore dall’ordine online?

Per rispondere a queste domande bisogna ricorrere ad un nuovo, inquietante retroscena che coinvolge il gigante dell’e-commerce, e arriva, stavolta, dall’Inghilterra, il paese-quartier generale dell’azienda. Il “Daily Mail” racconta la storia di Rugeley, cittadina di 22 mila anime popolata soprattutto da bianchi appartenenti alla classe operaia. Qui Amazon ha aperto nel 2011 un magazzino grande come nove campi di calcio. L’economia di Rugeley si basava su una miniera di carbone che però fu chiusa nel 1990, gettando gli abitanti della cittadina in una crisi nera. Così l’apertura dello stabilimento di Amazon, anzi, di tre stabilimenti per l’esattezza, aveva restituito entusiasmo ai cittadini di Rugeley grazie ai 2 mila nuovi posti di lavoro garantiti dal gigante di Seattle. A distanza di un anno e mezzo però, la realtà si è rivelata ben diversa. Le centinaia di persone impiegate nello stabilimento ogni giorno non fanno che spostare carrelli lungo immensi corridoi. Tutti i tempi sono cronometrati, e quando escono per andare alla mensa o tornare a casa devono sottoporsi a una specie di metal detector che controlla che non abbiano rubato nulla.

L’organizzazione è una macchina perfetta.I lavoratori sono divisi in quattro gruppi: uno che riceve la merce, uno che la confeziona, un altro che la deposita nell’enorme magazzino, mettendola ovunque ci sia uno spazio libero (l’ordine è del tutto casuale, e solo il computer è in grado di ritrovare le varie merci) e infine un altro ancora che gira per gli scaffali e ritira i pacchi per poi inviarli ai clienti. Questo ultimo gruppo di dipendenti è dotato di un software satellitare che guida i magazzinieri attraverso il percorso più breve per raggiungere l’ubicazione del prodotto che deve essere prelevato. Ma la via più breve spesso e volentieri è comunque molto lunga. In pratica, i lavoratori vengono trattati né più né meno come robot. Uno di loro definisce questo metodo una sorta di “automazione umana”.

Grazie alle strategie messe a punto insieme a dei consulenti giapponesi, che fanno funzionare la catena di montaggio di Amazon sul modello degli stabilimenti Toyota, il sito di e-commerce riesce a gestire anche 35 ordini al secondo, facendo pervenire la merce a casa delle persone in pochissimo tempo.

La condizione di lavoro dei magazzinieri in questo sistema passa in secondo piano, visto che oltre allo stress fisico, i lavoratori stessi hanno denunciato anche un forte stress psicologico.

Pare che ai loro dispositivi gps i dirigenti possano inviare loro dei messaggi, per spronarli. Non solo: questi diabolici apparecchi tengono pure il “ritmo” del lavoro, indicando continuamente quanto manca al prossimo ordine e quanto c’è ancora da lavorare prima di andare in pausa pranzo.

Ma la cosa in assoluto che più pesa sui lavoratori, sarebbero le politiche che l’azienda tiene nei loro confronti. All’interno dei magazzini esistono due tipi di dipendenti: quelli con il badge blu, assunti da Amazon, e quelli con il badge verde. Questi ultimi, intesi come lavoratori di serie B, vengono selezionati da un’agenzia esterna. Sono costantemente messi alla prova e sottoposti al ricatto di poter passare al livello più alto, e cioè all’assunzione da parte dell’azienda madre, solo con il duro lavoro. Guai a chi si lamenta o sciopera, quindi. I magazzinieri con il badge verdi possono essere licenziati da una settimana all’altra, senza preavviso.

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(1) Reader Comment

  1. Non comprerò più da Amazon. VERGOGNA

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