Approfondimenti Rivista — 07 gennaio 2014

Giornalisti, scrittori, poeti, cantautori, e tanto altro, fino a raggiungere i più sbarbati studenti delle elementari, che dopo aver affollato le pagine dei loro quaderni a quadrettoni di lettere in corsivo e stampatello, si incamminano intimoriti e curiosi verso il mondo dei “pensierini”: le prime frasi, i primi racconti, scritti con mano tremante e tante “e” coordinanti.

Il mondo della scrittura è vasto e profondo, intricato e volutamente innovativo: si fondono antiche metodologie ereditate a infiniti impulsi futuristici.

Ogni giorno internet ci bersaglia di bombe giornalistiche, pubblicate da quotidiani gratuiti e non, ed e-book facilmente reperibili che ci mostrano autori emergenti, che a volte si autofinanziano e che non hanno mai avuto esperienza nel settore.

Probabile quindi incappare in articoli costellati di “orrori” ed errori, firmati anche da nomi illustri, che inciampano su empietà dattilografiche, ortografiche e non solo, causando gli incubi degli eruditi e dei cultori della letteratura.

Irriverente e sempre ironico ci giunge in aiuto Umberto Eco,  che seguendo con reverenza le orme del britannico Williame Safire, famoso per il suo “Fumblerules on Grammar”, ci lancia una possente ancora di salvataggio, per non rischiare di affogare nel turbolento oceano in cui ci andiamo ad immergere.

Egli stila una breve guida di 36 consigli, che oltre che istruirci non possono che farci sorridere mostrandoci quelle sviste che ognuno di noi, scrittori e non, almeno una volta nella propria vita ha commesso, dovendosi esprimere su carta.

Si inizia mettendo al bando allitterazioni, frasi fatte, parentesi e odiosi e ormai troppo in voga puntini di sospensione; le parole straniere sono ritenute “out”, quanto le virgolette che rischiano di incorniciare termini anche consueti.

Con sarcasmo ci rende noto che il congiuntivo, evitato come la peste da gran parte degli italiani, è essenziale e oltre che utilizzato con sensatezza deve essere moralmente corretto; niente parolacce, tanto care al folklore patriottico.

Stesso trattamento viene riservato alle iperboli, le metafore ardite, care ai nostri antenati letterati e le perifrasi, che ormai regalo un’aria obsoleta e finto dantesca.

Non si giustificano gli errori di ortografia, basta scambiare i due punti con il punto e virgola e viceversa, banditi i punti esclamativi per enfatizzare ogni singola frase, come se stessimo massaggiando con la nostra migliore amica; inoltre, per quanto amato, bisognerebbe abbandonare il plurale majestis, quel “noi” che esprime una generalizzazione che può quindi far incappare in un doppio errore.

Assolutamente necessario ricontrollare i fili logici di causa-effetto, non bisogna mai confondere il lettore, ma essere precisi e non prolissi, serve quel giusto equilibrio tra funzionale e superfluo, questo assume che è necessario evitare di essere ridondanti.

Altri consigli ve li elenco qui sotto, sperando di regalarvi un sorriso e donarvi un soccorso per migliorare:

– Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”

–  I paragoni sono come le frasi fatte.

-Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.

-Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.

Abbiamo quindi una “dispensa” a cui attingere per la prossima volta che ci attanaglierà la voglia di sentirci un po’ come quell’autore che scrisse “Il nome della rosa” del 1980 (perdonatemi le virgolette, la perifrasi ardita e le parentesi che ora chiudo volentieri). Buona scrittura!

Arianna Pepponi


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