Approfondimenti Recensioni — 30 maggio 2013

La battaglia che ogni letterato del XXI secolo dovrebbe portare avanti è quella contro la letteratura light, di intrattenimento, a favore di libri che trasmettano emozioni, sensazioni, che facciano riflettere scandagliando e indagando l’animo umano e la società che ci circonda.

Troppo spesso però, soccombendo alle leggi del mercato e al livello culturale medio, questa sacrosanta presa di posizione passa in secondo piano a discapito di libri-prodotto mediocri, costruiti ad hoc da editor.

Uno dei più raffinati scrittori e intellettuali contemporanei, il sudamericano Vargas Llosa, Premio Nobel per la letteratura nel 2010, autore di capolavori come Avventure della ragazza cattiva, La zia Julia e lo scribacchino, Conversazione nella Catedral, solo per citarne alcuni, si fa portavoce della critica alla cosiddetta letteratura light con un pamphlet, La civilità dello spettacolo – evidente il riferimento a La società dello spettacolo di Guy Deborg – che si attesta tra i migliori libri di saggistica pubblicati negli ultimi anni.

Tutte le tesi espresse nel libro partono da un assunto: “oggi la cultura, nel senso attribuito per tradizione a questo vocabolo, è sul punto di scomparire”.

Vargas Llosa, prendendo in analisi gli scritti di intellettuali come Eliot, Lipovetsky o Serroy, individua il principale problema della contemporaneità nella cultura di massa che nasce con il predominio dell’immagine e del suono sulla parola. Tale cultura di massa si identifica con la cultura dell’intrattenimento.

La differenza essenziale tra la cultura del passato e l’intrattenimento di oggi è che i prodotti della prima si proponevano di trascendere il tempo presente, di durate, di continuare a vivere nelle generazioni future, mentre i prodotti del secondo sono fabbricati per essere consumati all’istante e sparire”.

Il valore della cultura contemporanea è fissato dal mercato, “ciò che ha successo e si vende è buono e ciò che fa fiasco e non conquista il pubblico è cattivo”.

Nel primo capitolo lo scrittore peruviano si domanda cosa significhi società dello spettacolo: “un mondo nel quale il primo posto nella scala dei valori vigente è occupato dall’intrattenimento e in cui divertirsi, sfuggire alla noia, è passione universale”.

Molti dei concetti espressi da Vargas Llosa possono apparire impopolari, per esempio la sua critica alla democratizzazione della cultura: mettere la cultura a disposizione di tutti e non più di un’élite come in passato ha favorito la quantità a discapito della qualità.

Già nell’aria da qualche pagina, nelle riflessioni iniziali del primo capitolo, arriva la stoccata contro la letteratura light, la più rappresentativa della nostra epoca, “una letteratura che senza il minimo imbarazzo si propone prima di tutto e soprattutto (quasi esclusivamente) di divertire”.

Si assiste così a un livellamento verso il basso della letteratura perchè “la cultura in cui siamo immersi non favorisce, anzi scoraggia, gli sforzi strenui destinati a culminare in opere che pretendono dal lettore una concentrazione intellettuale. […] I lettori di oggi vogliono libri facili, che li intrattengano, e questo tipo di domanda esercita una pressione che diventa un potente incentivo per i creatori”.

Se l’obiettivo della letteratura è quello di intrattenere non può competere con cinema e televisione. Questi due media infatti richiedono un’attenzione passiva mentre la lettura richiede in ogni caso uno sforzo mentale attivo.

La letteratura deve differenziarsi, elevarsi al di sopra del mero intrattenimento con l’obiettivo di educare i lettori. Dedicarsi alla lettura di un libro non può essere solo un modo per passare del tempo, deve essere un’occasione di crescita personale, deve suscitare in noi domande, curiosità, aiutarci ad approfondire tematiche poco conosciute, indagare e scandagliare la complessità dell’animo umano e capire il mondo che ci circonda. Solo così la letteratura potrà sopravvivere ai nostri tempi.

 

Francesco Giubilei

@francescogiub 

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