Rivista — 25 luglio 2012

Mettiamo subito in chiaro una cosa: la cultura non esce, in nessun modo, dal sistema economico. Al contrario nei paesi in cui si attribuisce alla cultura un valore essa riesce a portare grossi introiti e a permettere il fiorire di attività culturali e commerciali, offre impiego e reddito.

Inutile fare gli snob e pensare che un libro venga pubblicato solo ed esclusivamente per la valenza culturale, le librerie sono piene di esempi che dimostrano il contrario. Il problema è, come al solito, che quando l’aspetto economico ha la meglio su qualsiasi altro elemento, persino la ragione, il declino è inevitabile. E non è solo un declino “culturale”, diviene, di conseguenza, immediatamente, anche un declino economico.

Mi spiego meglio.

Si è passati da un modo di fare cultura “elitario” a un modo di fare cultura di “massa”. Si è detto che ogni persona, giustamente, debba avere l’opportunità di visitare, per esempio, una mostra. O di andare a teatro o all’opera. O di leggere un libro. Ma dobbiamo essere spietatamente sinceri perché il politicamente corretto non serve a molto se nasconde un mare di ipocrisia. Non tutte le persone sono in grado di comprendere la cultura, e non si tratta di pregiudizi o razzismo, si tratta di non avere la giusta preparazione. La cultura si apprende. Conosco persone che non hanno avuto l’opportunità di studiare ma che sono diventate grandi esperte di arte, per esempio, o di teatro. Una grande passione che ha spinto queste persone a documentarsi, informarsi.

Non c’è stata una preparazione, dal passaggio dalla cultura elitaria a quella di massa, nella maggior parte delle persone. Non c’è stata a scuola e non c’è, o se c’è viene fatta in maniera molto superficiale (almeno negli ultimi anni) in molte università. E con questo non voglio dire che abbiamo cattive scuole o pessime università, direi una cosa ingiusta e invera, tutti conosciamo la situazione disastrosa dei conti pubblici e sappiamo quanto poco investa, il nostro paese, sul futuro dei giovani. Ma cultura significa molto di più che prendere un pezzo di carta o di avere un titolo. Significa apertura mentale, conoscenza, preparazione.

Significa amore.

Oggi abbiamo l’opportunità di andare a visitare mostre di ogni genere, per esempio, ma, al di là dell’apprezzare o meno un quadro, siamo certi di capirlo? Non voglio di certo dire che per andare a visitare una mostra io debba studiare ogni singolo dipinto. Ma non basta, ed è il grande male dei nostri giorni, aver letto tre righe su un quadro per diventare immediatamente esperti in materia. Visitando il Louvre mi sono reso conto che la maggior parte delle persone, per esempio, attraversava gli enormi corridoio senza prestare la minima attenzione ai dipinti o alle sculture. Si ammassavano davanti alla Gioconda, il tempo di scattare una fotografia, e poi di corsa verso qualche altro quadro/scultura/monumento reso celebre dalla TV. La cultura ha smesso di essere “cultura” quando si è cominciata a spacciarla per “consumo”.

Avviene la stessa cosa per i libri.

Nessuno dice che si debbano pubblicare solo libri “alti”, sarebbe poco democratico e anche un po’ cieco. Ma oggi non si considera più “l’oggetto” libro come un bene culturale. Lo si considera come un prodotto di consumo, come qualcosa che deve portare introito, che deve vendere, entrare in classifica, diventare un film.

Molti editori, seguendo questa logica, pensano che produrre opere che non siano “semplici” sia un rischio. Meglio pubblicare libri “adatti” a tutti. Intendiamoci, non c’è nulla di male in questo. Non sto dicendo che non si debbano pubblicare libri “leggeri”. Sto dicendo che l’intero mercato, ormai (a parte pochissimi casi), gira intorno a questa logica e basta entrare in una qualsiasi libreria di catena per trovare lo stesso prodotto impilato in più posti. Perché se un editore punta su un certo titolo quel titolo deve vendere.

È un sistema che paga?

Ha funzionato, inutile negarlo, anche se il proliferare di filoni con titoli, copertine, contenuti tutti uguali sta indispettendo molti lettori. E quando dico “molti” intendo, in realtà, quei tanti lettori, all’interno della risibile percentuale di lettori, che ancora acquistano libri.

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