Rivista — 30 luglio 2012

Gli altovendenti sono la prima cosa che vedete quando entrate in una libreria di catena. Massificati in giro per la libreria, li trovate nei banchi centrali, vicino alla cassa, vicino alla classifica. Forse anche nel bagno.

Sono i libri considerati altovendenti, quei libri, cioè, su cui le case editrici hanno deciso di puntare. Diciamo che hanno una corsia preferenziale nel vasto panorama editoriale e libraio per diversi motivi. Il primo è che le case editrici non fanno più investimenti alla cieca. Se decidono di investire su un autore o su un titolo, quel titolo deve funzionare. E per vendere sono disposti a tutto: tappezzare le città di pubblicità, mandare gadget ai vari siti internet con la preghiera di “diffusione” del proprio prodotto, contattare i recensori di fiducia, far fare all’autore/autrice tutti i dovuti passaggi televisivi, comprare gli spazi in vetrina delle librerie, contrattare condizioni di pagamento “migliori” con le librerie pur di far arrivare il proprio prodotto in quantità notevoli.

Nulla è lasciato al caso. Neppure la scelta del titolo da spingere. Basta guardare all’alternarsi dei filoni che hanno avuto successo negli ultimi tempi.

Il libro arriva in libreria accompagnato da fascette piene di entusiasmo, cartelloni, cartonati, pubblicità di ogni genere. La prassi vuole che l’autore o l’autrice di turno, una volta ottenuto il successo, parli di “passaparola” perché la pubblicità fa comodo a tutti ma non è bello dire che un libro ha venduto solo grazie al marketing.

Il secondo motivo riguarda proprio gli accordi commerciali fra il direttore commerciale della libreria e le case editrici. Aumentano gli sconti, aumentano i tempi di pagamento, in cambio di un maggior numero di copie del futuro “best seller” in libreria.

Le terminologie utilizzate all’interno delle librerie, terminologie che spesso arrivano dai piani alti, sono spesso piuttosto ridicole: massificare, altovendenti, utility, mission e molte altre parole che entrano dall’orecchio destro del libraio per uscire, senza lasciare assolutamente nulla, da quello sinistro.

In realtà la “massificazione degli altovendenti” ha portato, a parte l’effettiva riuscita di vendita per qualche libro, a un intasamento dei magazzini delle librerie. La logica del: “Se ce ne sono tante copie è più facile che qualcuno se le compri” ha fallito miseramente. Abbiamo tolto spazio al catalogo e alla bibliodiversità, spesso a discapito di buoni titoli o di case editrici minori, per far spazio al prodotto di punta delle case editrici più potenti. Prodotti che spesso sono tornati ai magazzini di origine nello stesso numero di quando sono arrivati. Con almeno cinque invii settimanali di novità, centinaia di libri in arrivo ogni settimana, i tempi di permanenza del singolo testo in libreria si sono drasticamente ridotti. Inizialmente un libro godeva di almeno sei mesi di permanenza sugli scaffali. Poi siamo passati a tre mesi. Ora se va bene un libro rimane un mese o due.

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