Rivista — 04 settembre 2012

Credo che la domanda che molti operatori e molte operatrici del settore “libro” si pongono in questa calda fine estate sia cosa aspettarsi dall’autunno (pare sarà altrettanto caldo ma su altri fronti).

L’estate si è aperta con prospettive poco favorevoli, a giugno la fotografia delle librerie, dei distributori e dei gruppi editoriali mostrava un grosso segno “meno”.

Quello che è accaduto in questi ultimi mesi è presto detto.

Dopo l’abbuffata di “altovendenti” arrivati in libreria grazie ad accordi commerciali non sempre azzeccatissimi, con scarsissimi risultati di vendita, si è passati alla fase di “alleggerimento” che, detta in parole povere, significa rendere un sacco di libri. Si è passati quindi da una fase di “ingrossamento” della libreria a una fase di “snellimento veloce” per molti motivi, in particolare per avere un monte merci (con rispettivo pagamento) il più basso possibile.

L’enorme quantità ( e parlo solo di quantità, non di qualità) di prodotti che hanno invaso le librerie negli ultimi anni ha portato a una saturazione del mercato. I vari filoni che, per un certo periodo, hanno permesso ad alcune case editrici di ingrassarsi, sono letteralmente esplosi. A un certo punto, a parte pochissimi casi (ripeto “pochissimi casi”), non è più bastato comprare la vetrina o chiedere al libraio di turno di costruire grattacieli con il presunto best seller. Le vendite sono calate drasticamente, lo scontrino medio è sceso sia per numero di libro che per prezzo del singolo libro, i lettori forti sono diventati un po’ meno forti e sono emigrati sulle piattaforme on line. Persino il mercato di libri scolastici ha risentito della profonda crisi economica e culturale che ci ha investiti. Oggi il trand è quello di acquistare libri scolastici usati (che fanno risparmiare oltre il 40% sul prezzo di copertina), di comprare libri nuovi solo se non se ne può fare a meno e solo nei posti che garantiscono lo sconto oppure direttamente on line. Non mancano i casi di “scambio” libri fra gli studenti (metodo, fra le altre cose, da non sottovalutare). Non tornerò sul discorso delle case editrici e dei prodotti che hanno sfornato. Posso solo rilevare (e ovviamente non parlo per tutte le case editrici) una scarsa attenzione ai titoli “difficili”, una completa assenza di interesse nel fare ricerca, il puntare, ancora una volta, su titoli, copertine e storie accattivanti che stimolino pruriti erotici o che incuriosiscano con thriller o gialli di un certo tipo (sino a quando il mercato non saturerà anche questo filone). È stata, ancora una volta, l’estate del “passa parola”, un passa parola fatto di pubblicità estreme, vetrine comprate, sconti e prezzi accattivanti, fascette demenziali. Prendo atto che molti lettori leggono quello che i “consigli per gli acquisti” dicono loro di leggere e lo fanno, e secondo me è la cosa più grave, in modo del tutto acritico. Il gossip è entrato in libreria così come ci sono entrati calciatori, star della tv, attori o attrici e molto altro.

C’è posto per tutti, si dirà. Ma, in realtà, il posto, quello sugli scaffali, è sempre meno.

Dopo le rese selvagge si è finalmente cominciato a capire che, forse, è il caso di far arrivare in libreria meno titoli “del momento” e, magari, ricreare l’idea che una libreria sopravvive se ha un buon catalogo. Il che non significa necessariamente avere tutti i libri di ogni casa editrice, al contrario, magari è possibile avere meno titoli ma che siano titoli forti.

Lo “snellimento” non ha riguardato solo i libri ma anche il personale, quindi è facile che entrando in una libreria di catena vi troviate a dover cercare il libro da soli visto che il “commesso” (e uso questa parola a proposito visto che ormai la nostra professionalità di librai vale sempre meno) di turno ha sempre più cose da fare, deve gestire situazioni al limite del ridicolo, si scontra con una burocrazia cieca e sorda e, forse (dico forse) ha persino perso l’amore per il suo lavoro. Sull’altro fronte le case editrici non hanno ancora capito come vanno le cose. Molte si stupiscono dell’enorme quantità di libri che tornano in resa e del poco tempo che si dedica a un libro, inconsapevoli che questa situazione, in realtà, hanno contribuito a crearla anche loro. Se pubblichi duecento titoli la settimana e me li fai arrivare in quantità da cinque a cinquanta copie, come pretendi che possa dedicare spazio a tutti? È logico che, in queste condizioni, se un libro non parte nel giro di trenta giorni il mese dopo finisce in magazzino e quello dopo ancora, in resa.

Purtroppo, pare, molte case editrici non ne vogliono sapere di pubblicare meno.

Alla domanda: come si esce da questa situazione? Io rispondo con una ricettina che a me sembra semplice ma che, a quanto pare, non lo è.

Intanto puntare sul servizio e non solo a parole come si fa oggi. È logico che se mi si chiede di puntare sul servizio e poi si taglia il personale, lo si demotiva, non si dà l’opportunità ai singoli librai e alle singole libraie di “provare piacere”in quello che si fa, attraverso corsi di formazione, incentivi alla lettura, visite di mostre, interscambi culturali con altre librerie (anche a livello europeo), crescita personale e molto altro, sarà difficile poter dare un buon servizio.

Se devo conoscere i libri, essere preparato sulle nuove uscite, seguire le notizie e gli avvenimenti, essere culturalmente pronto sui vari fronti (cinema, musica, teatro, ecc…) e poi, però, non mi si danno gli strumenti per farlo o non si incentiva il singolo (se, cioè, mi devo comprare i libri, i giornali, i biglietti alle fiere del libro, ecc…) difficilmente, in tempi in cui non si arriva a fine mese (e io ci lascio interi stipendi in libreria), si potrà parlare di crescita. Avere più personale non è possibile? Benissimo. Allora rinunciamo ai megastore, cerchiamo di capire che “grande” non significa necessariamente più guadagni. Magari puntiamo su librerie di dimensioni ridotte, che mantengano, comunque, una discreta centralità delle piazze importanti.

Un esempio pratico.

A Bologna, a pochi metri le une dalle altre, ci sono: Ibs.it Bookshop, Feltrinelli, Feltrinelli international, Coop Ambasciatori, Mondadori. Librerie di grosse dimensioni in cui è facile entrare e uscire senza aver acquistato nemmeno un libro.

Quindi, rivedere le politiche legate sia al rapporto con il territorio sia a quello con i propri dipendenti, cercare realtà meno imponenti ma anche meno costose, puntare sulla centralità del libro, sul catalogo e non sul best seller di passaggio, smetterla di essere succubi delle grandi case editrici (ma questo punto è impossibile visto che molte case editrici sono poi anche distributrici e detengono anche le librerie), puntare sulla qualità del sevizio, sulla preparazione dei librai e delle libraie, sulla professionalità e la gentilezza. Specializzarsi. In un mercato di “tuttologi” per sopravvivere bisogna avere una forte identità. Per quanto riguarda le case editrici si dovrebbe, a mio parere, pubblicare meno, puntare di più sui singoli autori e le singole autrici, permettere ai prodotti di rimanere in libreria almeno sei mesi, avere ben chiara la differenza fra qualità e marketing, non uccidere la bibliodiversità permettendo anche a case editrici minori e meno potenti, ma con buoni prodotti, di avere lo stesso spazio dedicato alle grandi case editrici. Ridurre le pile di “altovendenti”, rivedere gli accordi commerciali per spingere le case editrici a fare scelte più ponderate.

Potrebbe essere una via, o magari no, questo è solo il mio personalissimo punto di vista.

Dobbiamo però aprire gli occhi e renderci conto di una cosa: in questo paese si legge sempre di meno. Prendiamone atto e cerchiamo di trovare il modo per invertire questo tristissimo dato.

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