Approfondimenti Rivista — 22 settembre 2012

Vorrei parlarvi dei curriculum che arrivano in libreria suddividendo, se ci riesco, il discorso in due parti.

La prima, quella che vorrei trattare qui, è quella relativa al “bisogno” di lavoro. L’altra invece riguarda le “aspettative” che hanno le persone che vorrebbero venire a lavorare in libreria.

Il mondo del lavoro è cambiato rispetto al periodo in cui erano giovani i nostri genitori, per loro (i miei ormai hanno settant’anni) la priorità era avere un lavoro fisso. Credo che non si rendano nemmeno conto, nonostante tutto quello che vedono in TV, del cambiamento epocale del mondo del lavoro. Sento mia madre dire a mia nipote di cercarsi (fa ragioneria) dopo la scuola un lavoro fisso in banca. Quando provo a dirle che il lavoro fisso è un’utopia e che le banche hanno ridotto, in questi anni, il proprio personale, mi guarda come se volessi distruggere i suoi sogni (i suoi e non quelli di mia nipote che vuol fare la tatuatrice). Io, sin da ragazzino (ho iniziato a lavorare a 14 anni), sono stato abituato alla “precarietà” anche se la mia è sempre stata una precarietà senza interruzioni, nel senso che quando finivo un lavoro (magari stagionale al mare) ne iniziavo subito un altro. Negli ultimi tre anni della mia carriera da cuoco ero entrato fisso fra il personale di un ristorante. Chiusa l’esperienza culinaria ho lavorato, con un contratto Co.Co.Pro, per un anno presso il comune di Ferrara (e forse un giorno scriverò di questo periodo perché ho qualche sassolino nelle scarpe), successivamente, subito dopo aver saputo che il mio contratto non sarebbe stato confermato (grazie ai tagli del governo Berlusconi di allora ma anche a causa della scarsa onestà intellettuale del dirigente del reparto in cui lavoravo), sono entrato a lavorare in libreria. Ricordo che feci il colloquio lo stesso giorno in cui lasciai il curriculum. Non mi ero ancora laureato (fra le altre cose con un progetto legato ai siti internet che curavo per il comune) che già avevo iniziato il mio percorso da libraio. In tutto, dai quattordici anni ad oggi, l’unico periodo di “disoccupazione” della mia vita sono stati sei mesi.

Oggi se mi trovassi senza lavoro le cose andrebbero, probabilmente, in modo molto diverso. E non solo perché ho 36 anni. Il lavoro non è più un diritto e lo sappiamo bene, la meritocrazia, in questo paese, è cosa rara e la crisi, culturale ed economica, ha fatto il resto.

A dire il vero io credo che si sia lavorato anni per distruggere il tessuto sociale e lavorativo, oggi se trovi un lavoro poi non ti puoi più lamentare, se le cose vanno male o se ti trattano non come una persona ma come un numero devi comunque stare zitto perché “almeno tu un lavoro ce l’hai” oppure devi “ringraziare” che ti danno uno stipendio che la coda fuori dalla porta è lunga.

E che la coda sia lunga lo si capisce anche dall’enorme numero di curriculum che arrivano in libreria, in maggioranza sono curriculum di donne, quasi tutte/i sono laureate/i o si stanno per laureare.

Apro una piccola parentesi sul lavoro femminile.

Il lavoro in libreria è un mestiere prettamente femminile ma lo è solo alla base. Ai vertici, e con vertici intendo persone che comandano, le donne sono o assenti o in netta minoranza. Le donne, anche in questo mestiere, devono lottare il triplo per ottenere ciò che normalmente un uomo ottiene senza grossi problemi. Lo dico con dolore, oggi è un problema anche decidere di avere un figlio, ci sono aziende che ti chiedono “quali” sono le tue intenzioni per il futuro e con i contratti che si fanno oggi (a chiamata ecc…) la maternità non è tutelata ( ma se è per questo nemmeno la malattia, immaginate che un lavoratore o una lavoratrice con un contratto a chiamata si ammali o abbia seri problemi di salute, credete che un’azienda investirebbe su una lavoratrice/lavoratore con questi problemi?) e la crisi ha colpito soprattutto le donne.

La verità, tornando ai curriculum e alle richieste di lavoro, è che, al momento, le porte per entrare a lavorare nelle librerie sembrano chiuse e, anzi, si sono fatti tagli sostanziosi anche sulle collaboratrici e i collaboratori.

È comunque rassicurante vedere che c’è ancora tanta gente che desidera fare un lavoro che qualcuno considera in via d’estinzione.

A me sembra un mondo sospeso, questo delle librerie, come un poetico film di Hayao Miyazaki.

Ma senza la poesia però.

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