Approfondimenti Rivista — 13 febbraio 2013

Campagna elettorale: tempo di proposte shock, e di risposte ancora più shock.

Invece che un confronto sano e equo tra visioni del mondo “diverse”, perché contrapposte non lo sono più da tempo, una campagna elettorale, almeno in Italia, somiglia molto a una partita di poker. Anche nei termini gergali utilizzati dai media.

Affondo”, “rilancio”, “punto tutto”. È facile dunque immaginare che, proprio come nel poker, la caratteristica principale delle questioni sollevate e delle proposte avanzate tenda a somigliare a quello che è un altro concetto pokeristico: il bluff.

A parte il solito batti e ribatti di accuse su chi ha fatto peggio e su chi non ha fatto nulla, la seconda parte della contesa verbale si sposta di solito sui terreni “delicati” della gestione della società: lavoro precario, economia, tasse, sanità.

In ultimo, o quasi, c’è anche uno spazio per la cultura. Che, si badi bene, non è così male perché nelle scorse campagne elettorali di cultura non se ne sentiva proprio parlare.

Diciamo che essere il fanalino di coda dell’agenda elettorale degli aspiranti premier, per la cultura può essere considerata una “promozione”. Sarà forse perché negli ultimi anni è diventato un tema scottante per davvero, con migliaia di posti di lavoro traballanti, riforme della scuola e dell’università scadenti e investimenti in ricerca e in tutela del patrimonio artistico nazionale nulli o quasi?

Diciamo allora che lo scenario adatto per ascoltare le proposte sul tema culturale potrebbe essere immaginare di svlogere il ruolo di dealer in una partita di Poker alla texana. Al tavolo sono seduti Pierluigi Bersani, Silvio Berlusconi, Mario Monti, Antonio Ingroia e Oscar Giannino.

Saltando la fase della puntata al buio, supponiamo si passi direttamente al “river”, con tutte e cinque le carte scoperte sul tavolo e tutti i giocatori ancora in gioco. Le carte scoperte rappresentano la situazione attuale del settore culturale italiano, figlia di politiche fallimentari intraprese nel corso dei decenni, di cui alcuni tra i giocatori sono anche diretti responsabili.

Che cosa contano di fare per la cultura di questo Paese, e in che misura si impegnerebbero sul fronte della ricerca, della valorizzazione e dello sviluppo del nostro patrimonio qualora diventassero capi del Governo? 

Il primo a parlare è Antonio Ingroia di Rivoluzione Civile che, osservando attentamente le carte sul tavolo attacca l’operato dei Governi precedenti: “l’istruzione, la ricerca, la diffusione della conoscenza sono strumenti indispensabili per realizzare l’equità sociale e per rianimare il mondo produttivo stritolato dalle logiche di mercato. La scuola e l’università e la ricerca hanno pagato un prezzo altissimo alle politiche recessive prima di Berlusconi e poi di Monti. Questi governi hanno usato questi settori per fare cassa, riducendo l’offerta formativa, lasciando nel limbo della precarietà senza speranza decine di migliaia di insegnanti e di giovani ricercatori, umiliando la professionalità dei docenti e dei lavoratori della conoscenza. Occorre una svolta profonda e radicale”.

Ottima la premessa, corretta in parte l’analisi sull’operato dei predecessori, certo però che in quanto a proposte concrete ancora non ci siamo. Diciamo che Ingroia non dà la sensazione di avere buone carte in mano ma scommette forte sulle carte, ancora peggiori, dei suoi avversari.

Alla sua sinistra siede Oscar Giannino, leader di Fare per Fermare il declino. Il liberale e antistatalista dandy contemporaneo rilancia: “Prima che l’entità delle risorse, il problema riguarda però il modo in cui esse vengono spese. Occorre ripensare il ruolo del settore pubblico in tali ambiti e le modalità con cui la spesa pubblica viene gestita. Nel caso della ricerca è essenziale favorire la possibilità di investimenti privati. Analogo è il ragionamento a proposito del patrimonio culturale del nostro paese, dove lo Stato si è ritagliato un ruolo troppo ampio per le sue risorse. Rivedere e diminuire le funzioni del settore pubblico nella amministrazione del patrimonio è necessario per utilizzare meglio il denaro pubblico, aprendo spazi a nuovi soggetti per una gestione “altra” dei beni culturali italiani”.

Giannino dà l’idea di avere chiaro il quadro della situazione, e propone, in pratica, di rivoluzionare completamente i meccanismi che hanno caratterizzato fino ad ora il sistema di gestione del patrimonio culturale italiano e degli investimenti sul futuro. Quello che solleva però è un tema “etico”, cioè rischiare di mettere tutto il settore in mano alle logiche di mercato. O Giannino ha un buon punto in mano ma che difficilmente risulterà vincente, o bluffa clamorosamente sparando troppo alto e sostenendo politiche inattuabili.

Il terzo a parlare è il premier uscente Mario Monti: “cultura e ricerca sono due concetti profondamente collegati e fondamentali per il futuro del Paese, ed entrambi contribuiscono all’innovazione. La ricerca italiana deve essere sostenuta anche partendo da bandi competitivi. Bisogna premiare il merito affinché i bravi ricercatori (che sono molti) siano incentivati a dare il meglio. Solo partendo da questa impostazione, che non è affatto scontata in Italia, si può dare ai più capaci la possibilità di accedere ai grant internazionali più prestigiosi”.

Meritocrazia e motivazione, interessante. Una bella coppia di “donne”. Un dealer esperto però, pur non essendo un giocatore, osserva attentamente tratti del volto, gesti, espressioni e puntate. Mario Monti è lo stesso premier che in questo anno e mezzo ha attuato delle politiche non esattamente meritocratiche, e il suo Ministro dei Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi, non ha certo brillato in tema di rilancio del settore culturale. Bene le proposte, ma un vero esperto deve conoscere la regola non scritta del poker: mai fidarsi delle donne.

Il leader della coalizione di centro-destra Silvio Berlusconi decide allora di porre l’accento, tra le altre cose, sulla globalizzazione del nostro patrimonio: “i nostri beni artistici possono diventare uno strumento di diffusione culturale e anche economica in tutto il mondo, come del resto è sempre avvenuto nel corso della nostra storia. Abbiamo fatto molto da questo punto di vista, attraverso accordi con la Cina, ad esempio, con l’apertura di un museo italiano a Pechino e uno cinese a Roma. Tutto ciò ha migliorato i nostri rapporti politici e di conseguenza anche economici”.

Tra sé e sé il dealer si pone allora la domanda: ma per caso non era premier Berlusconi quando Pompei ha iniziato a sgretolarsi, letteralmente? Tutelare i nostri beni artistici, ad averci pensato prima!

Salvo clamorosi sviluppi, questa non sembra proprio essere la sua mano.

Resta solo da ascoltare il “chip leader”, sondaggi alla mano. Si tratta del segretario del Pd Bersani: “quella dei saperi diffusi, della cultura e dell’innovazione è una delle possibili exit strategy da questa crisi economica devastante: per percorrerla c’è bisogno di politiche serie, anche industriali, di sviluppo per la creatività e per la cultura e di una programmazione degli interventi. Le politiche dei finanziamenti a pioggia si sono dimostrate inutili e dannose. Il Mibac ha serissimi problemi di personale, deve essere rimesso nelle condizioni di operare, restituendo dignità ai lavoratori e diritti e certezze alla vasta schiera di giovani precari iperqualificati”.

Crisi economica, politiche industriali, razionalizzazione delle spese e scacco al precariato. Sembra essere una perfetta sintesi dei punti che nell’agenda della politica precedono gerarchicamente la cultura. Solo che, se si parla di cultura mettendo in mezzo tutto il resto, poi non è che quando si parla del resto si trascura la cultura?

Tra due weekend si deciderà chi, secondo gli elettori, ha gli argomenti più allettanti. A quel punto le sue carte verranno scoperte, mentre quelle degli altri probabilmente non le vedremo mai. Il problema sta nel riuscire ad annusare il bluff o beccare la coppia d’assi.

 

 

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