Approfondimenti Rivista — 07 settembre 2013

Divulgazione, il nome che diamo al gesto di rendere semplici cose complesse”, scriveva nel 2009 Alessandro Baricco in un articolo edito da La Repubblica. Il motivo era offerto dalla recensione di una puntata della trasmissione televisiva “Che tempo che fa”, con ospite il pianista e direttore d’orchestra Maurizio Pollini. L’occasione sarebbe stata ghiotta per qualsiasi scrittore perché la televisione- quella macchina che distribuisce idee in pillole e occasioni di divagamento- è maestra di divulgazione. D’altronde, sin dalla sua prima apparizione, è lo scopo a cui ha risposto. Prima, negli anni a cavallo tra le due guerre, per i regimi totalitari, come mezzo di comunicazione di massa, la televisione era la strumento ideale per fare propaganda- persuadere della bontà di idee e ideologie il maggior numero di persone, presentando come semplice e intuitivo ciò che era complesso e macchinoso. Oggi, la sua versione tematica tenta di fare lo stesso. Individua degli ambiti di interesse, seleziona dei contenuti e garantisce quello standard di trasmissione in ogni momento della giornata, in modo tale da assicurarsi un certo bacino di utenti. La cultura ne sa qualcosa: la televisione, sempre più spesso, attinge i suoi contenuti da essa. Ne sono esempi programmi come “Passepartout”, “Cultbook”, “Superquark”, “Cinematografo”.

Tuttavia, quanto la televisione è in grado di rendere giustizia alla cultura? Quanto la sua operazione di semplificazione danneggia i contenuti che vengono trasmessi? Quanto perde la cultura nel momento in cui viene divulgata? Queste domande sono al centro di un rovente dibattito, che ha diviso gli intellettuali in due categoria: da una parte, c’è chi sostiene l’esigenza di diffondere la cultura ad ogni costo, pure al prezzo di spogliarla della sua eleganza; dall’altra, c’è chi ritiene prioritario salvaguardarla nella sua forma più pura, pure al prezzo di relegarla entra una ridotta società elitaria. “Divulgazione -scrive Alessandro Baricco- è il nome che diamo al gesto di rendere semplici cose complesse. Naturalmente divulgare è una cosa che la televisione può fare: ma è molto meno di quello che potrebbe fare. La televisione ha un suo tratto popolare, infantile e ludico: ha un suo modo di illuminare le cose che non necessariamente significa tradurle in volgare, spesso è semplicemente un certo modo di illuminarle. Quel tipo di luce è, per gli intellettuali, inedito e spiazzante: ma è una luce, non una violenza”. Sì, la televisione ha un suo personalissimo modo di presentare la realtà.

La delimita in contorni, ne ammorbidisce le forme e ne attenua i colori. E il risultato è che quello che si vede non è quello che è nella realtà. Eppure, molti sono gli intellettuali che come Baricco ritengono che il poco sia meglio del nulla, che il mezzo sia meglio del vuoto, che la semplicità sia meglio della mediocrità. Molti altri, invece, ritengono che la vera cultura sia possibile solo fuori dalla scatola luminosa, lontana dai minuti contati, dalle strategie di mercato e dai meccanismi imposti. “La televisione -scriveva Luca Massaro, nel blog Giornalettismo, lo stesso anno in cui Baricco era ospite di Fabio Fazio- è una sorgente inquinata, alla quale è bene non abbeverarsi troppo per non ottundere le proprie capacità mentali. Perché è la televisione che sfrutta la cultura, e non il contrario; la cultura in tv diventa uno dei tanti contenuti, una delle tante offerte che colmano il vuoto rappresentato da ogni palinsesto. Per questo, a mio avviso, gli intellettuali devono essere molto diffidenti riguardo al mezzo televisivo, giacché la televisione fagocita tutto demoltiplicandolo, sminuzzandolo, polverizzandolo in attesa di un nuovo evento da trasmettere”. La Rete, forse, potrebbe essere una papabile via di fuga: offre più spunti di riflessione, non soggiace a severi limiti di tempo, lascia all’utente un maggior margine di libertà; ma non risolve il problema, lo aggira soltanto. Il web, così come la televisioni, è un distributore di informazioni, non di emozioni. Leggere un libro non è come farselo raccontare, guardare un film non è come leggerne la recensione, stare di fronte ad un’opera d’arte non è come sentir commentarla. Chi davvero è spinto dal desiderio di cultura proverà insoddisfazione dopo una serata trascorsa davanti a un monitor, sia quello della televisione o del computer. Chi è spinto dal desiderio di cultura non chiede informazioni, vuole emozioni.

 

Alessandra Flamini

 

 

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