Approfondimenti Rivista — 12 luglio 2012

Curzio Malaparte, pseudonimo di Kurt Erick Suckert, nacque a Prato nel 1898. Il nomignolo “Malaparte”, venne scelto come richiamo al pamphlet letterario “I Malaparte e i Bonaparte”, e ritrae il carattere del personaggio in maniera fin troppo efficace. Fu sempre un uomo controcorrente ed imprevedibile. Dapprima fascista, poi antifascista, tanto da essere mandato da Mussolini al confino. Non è solo sintomo di intelligenza cambiare idea ma anche dimostrazione di complessità e di imprevedibilità. Di padre tedesco e madre italiana all’età di sedici anni si arruolò nella legione garibaldina per combattere in Francia fino al 1915 quando, entrata l’Italia in guerra contro l’Austria, si trasferì nell’esercito italiano. In seguito, dopo aver aderito al partito fascista e aver partecipato alla Marcia su Roma, Malaparte si staccò dal fascismo, non intravedendovi più quella speranza di rivoluzione sociale che lo aveva portato a seguirne gli ideali. Malaparte faceva uso della sua persuadente dote di demagogo per esprimere il suo pensiero tanto stravagante quanto controcorrente quanto dannatamente logico. Sono gli anni infatti in cui pubblica “La rivolta dei santi maledetti (1921)”, un romanzo confessione sulla guerra che vede nella Roma corrotta il principale nemico da combattere. E sono anche gli anni in cui in “Tecnica del colpo di stato”, pubblicato prima in Francia nel 1931 e solo nel 1948 in Italia, Malaparte attacca profondamente sia Hitler che Mussolini, accuse che gli valsero cinque anni di confino sull’isola di Lipari. Non pago, tornò a lamentarsi di nuovo di Mussolini stesso, questa volta commentando la scelta delle sue cravatte, sostenendo che erano orribili; il duce, nel momento in cui ebbe occasione di discuterne faccia a faccia, lo rimproverò ancora, chiamandolo maligno e pettegolo, e Malaparte disse in propria difesa: “comunque anche oggi avete una brutta cravatta”. Solo alla sera Curzio seppe che Mussolini era scoppiato a ridere appena era uscito.

Su intervento di Galeazzo Ciano, Malaparte potè ritornare alla scrittura lavorando come inviato del «Corriere della Sera». Giornalista e scrittore dunque, Malaparte fu da sempre un uomo profondamente libero. Una libertà di pensiero e di espressione necessaria alla scrittura, quella della letteratura come della cronaca. Questa concezione ebbe modo di affermarla nella sua, sempre attualissima, prefazione a “Kaputt”, uno dei due romanzi (insieme a “La Pelle”) scritti in seguito alla sua esperienza come corrispondente di guerra sul fronte francese, finlandese e russo durante la Seconda Guerra Mondiale: «Speriamo ora che i tempi siano nuovi realmente e non siano avari di rispetto e di libertà agli scrittori: poiché la letteratura italiana ha bisogno di rispetto non meno che di libertà…». Venne a conoscenza della caduta di Mussolini quando ancora si trovava in Finlandia. Qualche giorno dopo fu arrestato e imprigionato a Regina Coeli dove chiese la stessa cella che aveva avuto nel 1933, nella quale, tuttavia, non rimase molto. Fu,infatti, di nuovo arruolato come ufficiale di collegamento tra l’esercito italiano e le truppe alleate. Ma l’indole inquieta del suo spirito non lo abbandonò mai. Dopo essere stato un lungo periodo, dal 1947, a Parigi, e aver omaggiato Proust con “Du côté de chez Proust” (1948), nel 1957 partì alla volta della Russia di Stalin e della Cina di Mao Tse Tung. Ma la sua esperienza in estremo oriente venne bruscamente interrotta dall’aggravarsi della sua malattia polmonare che lo costrinse a rientrare in Italia dove si spense il 19 luglio 1957 alle 15.48 nella Clinica Sanatrix di Roma. Difficilissimo se non impossibile trovare un termine di paragone ad un carattere del genere, ma il suo narcisismo, lo spirito dandista e l’intraprendenza, nonché lo stile della sua scrittura, rendono d’obbligo l’accostamento a Gabriele D’Annunzio. Parallelismo necessario, con “il padrone di casa” del Vittoriale, anche quando si parla della celebre Villa Malaparte, quella che in seguito fu considerata un capolavoro del Razionalismo italiano. Progettata da lui stesso ed edificata su un pezzo di terra a picco sul mare, in una posizione impervia e selvaggia, a pochi passi dai faraglioni, venne battezzata dallo scrittore “Casa come me”. È costituita da un grande salone, sulle cui pareti si aprono quattro grandi finestroni, costruiti in modo da offrire in ognuno un panorama diverso. Vi sono poi lo studio, la stanza da letto, un piccolo appartamento per gli ospiti, chiamato “l’ospizio” e “la Favorita”, la camera da letto della compagna del momento. 

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