Approfondimenti Rivista — 28 novembre 2013

“C’è chi dice che il racconto sia una delle forme letterarie più difficili, e io mi sono sempre chiesta il perché di questa convinzione, visto che a me pare uno dei modi più spontanei e fondamentali dell’espressione umana. Dopotutto, uno comincia ad ascoltare e a raccontare storie sin da piccolo, senza trovarci nulla di particolarmente complicato.”
Flannery O’Connor, scrittrice americana, mette in luce così il duplice aspetto del racconto: da un lato la semplicità della forma, dall’altro la difficoltà di colpire il lettore con poche parole. In effetti ciò che lo caratterizza è proprio l’essenzialità: i protagonisti devono raccontarsi in tempi rapidi rendendosi indimenticabili per chi legge. Nel corso della letteratura il racconto non ha mai avuto un posto privilegiato, la sua fortuna è stata alterna e ha raggiunto un pieno sviluppo solo tra l’Ottocento e il Novecento.

Il motivo del suo insucesso è sempre stato un mistero, infatti la vera magia di questa forma letteraria è che riesce a tirar fuori una morale, studiando un aspetto della realtà in maniera circoscritta. Qui vorrei riportarvi tre opere di diversi scrittori, così da capire meglio il valore del racconto. Il primo è Italo Calvino con la sua serie di racconti “Gli amori difficili”. Si narra di coppie che non si incontrano mai tanto che per la prima volta si parla di amore pensato e immaginato, non di storie vissute. L’autore, attraverso le sue quindici novelle, mette in luce un aspetto circoscritto dell’amore: l’incomunicabilità dei rapporti umani. Infatti scrive: “Gli amori difficili sono, per la più parte, storie di come una coppia non s’incontra”.

Il secondo è Kafka che, più che un racconto breve, ci propone la parabola “Davanti alla legge”, contenuta nel suo romanzo “Il processo”:

Davanti alla legge sta un guardiano. Un uomo di campagna viene da questo guardiano e gli chiede il permesso di accedere alla legge. Ma il guardiano gli risponde che per il momento non glielo può consentire. L’uomo dopo aver riflettuto chiede se più tardi gli sarà possibile. «Può darsi,» dice il guardiano, «ma adesso no.» Poiché la porta di ingresso alla legge è aperta come sempre e il guardiano si scosta un po’, l’uomo si china per dare, dalla porta, un’occhiata nell’interno. L’uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà; la legge, nel suo pensiero, dovrebbe esser sempre accessibile a tutti; ma ora, osservando più attentamente il guardiano chiuso nella sua pelliccia, il suo gran naso a becco, la lunga e sottile barba nera all’uso tartaro decide che gli conviene attendere finché otterrà il permesso. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere a lato della porta. Giorni e anni rimane seduto lì.[…] L’uomo, che si è messo in viaggio ben equipaggiato, dà fondo ad ogni suo avere, per quanto prezioso possa essere, pur di corrompere il guardiano, e questi accetta bensì ogni cosa, pero gli dice: «Lo accetto solo perché tu non creda di aver trascurato qualcosa.» […] Prima della morte […] «Tutti si sforzano di arrivare alla legge,» dice l’uomo, «e come mai allora nessuno in tanti anni, all’infuori di me, ha chiesto di entrare?» Il guardiano si accorge che l’uomo è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla: «Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. E adesso vado e la chiudo.

Il segreto è sempre stato di fronte all’uomo di campagna, la porta è sempre stata aperta eppure lui non ha mai scelto di entrare, ha scelto di attendere il permesso del guardiano. Il contandino non riesce a guardare oltre di sé, nell’assurdità della sua ignoranza vede una porta aperta come un ostacolo insormontabile e non capisce che niente può sbarrare ciò che è aperto. Non lo capirà mai per tutta la vita, questo è il messaggio che Kafka vuole darci: l’uomo di campagna non potrà mai difendersi dalle regole della società perché non gli è stato insegnanto a comprenderle. Il sistema diventa una porta invalicabile. Il terzo e ultimo autore torna ad essere Calvino che, con il racconto “La nuvola dello smog”, parla dell’inquinamento nelle città attraverso gli occhi di un giornalista che si interessa proprio a questo. La metafora che c’è dietro è che ognuno di noi deve immergersi nella propria nuvola di smog per poter vivere veramente la vita che c’è aldilà di questa. Bisogna saper affrontare il dolore e la sofferenza che incontriamo durante il nostro percorso, infatti l’autore scrive cosi: “…ma quel che importava era tutto ciò che era dentro lo smog, non ciò che ne era fuori: solo immergendosi nel cuore della nuvola, respirando l’aria nebbiosa di queste mattine si poteva toccare il fondo della verità e forse liberarsi”.

Jennifer Toppi

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