Approfondimenti Rivista — 12 maggio 2014

Questo articolo non vuole essere la recensione di un libro, per quanto possa sembrarlo. Il libro di cui sto per parlare, infatti (“Libro”, Bollati Boringhieri), non l’ho ancora letto. Ma sulla base di una fonte attendibile come quella del suo autore Gian Arturo Ferrari mi è stato possibile fare già delle considerazioni non solo sul tema affrontato ma anche sull’approccio dell’autore all’argomento. La sua è soprattutto un’identificazione totale tra libro e la scrittura più in generale, al punto che tutto il suo filo conduttore potrebbe essere riconosciuto come il percorso della trasmissione di informazioni scritte nei millenni, dalla più informativa alla più emozionale, evidenziando come la nostra cultura – per quanto non ci piaccia ammetterlo – sia nata nei magazzini con annotazioni contabili prima di arrivare all’intrattenimento e alla cultura. D’altra parte tutto tra gli uomini è nato dalla materia di scambio, e tutto ciò che vi è di più elevato deriva dall’evoluzione.

Ferrari, che è una delle più influenti figure dell’editoria italiana, nel suo testo passa in rassegna tutte le possibili forme di testi e sottotesti e le loro relative funzioni, parallelamente alla modalità della loro diffusione. Ed è proprio qui che emerge il suo messaggio principale: è vero, il libro cambia forma con la rivoluzione digitale, ma è insensato che le analisi del fenomeno si dividano tra catastrofismi e in elogi dovuti a un’innovazione che porta il libro a un’espansione più orizzontale di quella conosciuta fino a ieri. Perché in fondo è sempre stato così. Dai tempi che videro il passaggio dagli archivi contabili cui accennavo sopra, scoperti nell’allora città sumera di Uruk in forma di ologrammi risalenti al 3000 AC, al papiro; dal papiro alla pergamena, e poi dalla pergamena alla carta e dalla carta alla stampa, che ne favorì una diffusione più capillare proprio come sta facendo oggi l’e-book.

Ora, se consideriamo che la rivoluzione digitale è riconosciuta anche da Ferrari quale un’espansione ulteriore a quella che fu operata dalla stampa, verrebbe da chiedersi il perché il suo bilancio non sia totalmente positivo e perché voglia smorzare i toni trionfalistici al pari di quelli catastrofistici. La cosa è bilanciata dal fatto che purtroppo esiste un processo avviato ben prima del digitale e non tende a fermarsi: la perdita della funzione sociale degli editori classici ormai arresi al business facile. Il problema non è rappresentato dall’evoluzione tecnologica che col tempo sostituirà (forse) il fascinoso cartaceo, ma di una sorta di involuzione che porta con sé l’esigenza di sopravvivere di gran parte dell’editoria moderna.

A questo punto, però, si rischia di entrare nella sociologia pura, e per mantenere un bilancio neutrale come Ferrari è necessario confidare nel fenomeno dei corsi e ricorsi storici. I quali non saranno sempre in evoluzione come le tecnologie, ma se qualcosa non ci piace ci permettono almeno di sperare in un ritorno al passato.

Giovanni Modica

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