Approfondimenti Rivista — 26 gennaio 2013

Quante volte leggendo un libro giallo o guardando un thriller avete pensato: “ma sarà davvero possibile?”. Quanto di quello che leggiamo o vediamo è davvero possibile? Gli agenti di CSI ricostruiscono scene del crimine con tecniche al limite dell’immaginabile e il commissario Montalbano ha sempre un asso nella manica, per far cadere nei suoi tranelli il delinquente di turno. Per non parlare di Jessica Fletcher o Miss Marple, se sono nei paraggi state pur certi che un omicidio verrà presto commesso.

Il beneficio del dubbio non si nega a nessun lettore o telespettatore, a maggior ragione quando assistiamo ad investigatori che sopravvivono a decine di colpi di arma da fuoco o a precisazioni su quanti tipi di cenere di sigaro esistono, tanto per citare Sherlock Holmes. Date un computer a Lisbeth Salander, uno dei personaggi principali della trilogia svedese Millennium, e in pochi minuti saprà dirvi vita, morte e miracoli del vostro ricercato, con tanto di accesso al suo conto in banca.

Tuttavia ormai viviamo nell’era in cui qualsiasi frase detta o scritta viene repentinamente controllata, per verificarne l’ammissibilità. E non parliamo solo di libri o film, ma anche di servizi giornalistici o dichiarazioni politiche. Sorvoliamo su questi ultimi ambiti appena citati, poiché approfondirne le dinamiche significherebbe sconfinare in campi davvero poco esplorati e concentriamoci sul mondo dell’editoria.

In questo settore urge dunque un metro di valutazione, qualcosa che possa attestare e certificare l’effettiva plausibilità di un determinato scritto. Perché i libri non sono tutti uguali, possono essere dettagliati o grossolani, possono annoiarci o conquistarci già alla seconda pagina, ma bisogna inserire anche un nuovo parametro alla nostra scheda di valutazione personale: sono veritieri? Come spesso capita, qualcuno prima di noi si è già posto questa domanda ed ha partorito un criterio di valutazione.

La Washington Academy of Sciences (Was), successivamente a periodici seminari sul rapporto inscindibile tra scienza e romanzi gialli, ha inaugurato una sorta di “bollino” per certificare la plausibilità scientifica delle azioni, delle investigazioni, delle tecnologie, sempre più complesse, implicate nella narrativa di suspense. Lo scopo è quello di verificare la plausibilità di trame e personaggi di fantasia nell’era dell’investigazione hi-tech, al fine di guidare i narratori verso la creazione di invenzioni letterarie “rigorosamente credibili”.

La domanda che sorge spontanea è: cosa se ne fa un lettore di un fact-checker per romanzi gialli? Leggere non vuol dire forse evadere dalla quotidianità, lasciandosi stupire da effetti speciali? Domanda più che consona, magari esistono solo 10 tipi di cenere di sigaro, e non 140, come affermava sicuro di sè Sherlock Holmes, ma al lettore fondamentalmente cosa cambia?

A questo punto bisogna focalizzare l’attenzione su un ingranaggio, che a parte integrante della grande macchina che è l’editoria. Così come ogni libro è diverso dall’altro, anche tra i lettori ci sono le specie più disparate. C’è il lettore divoratore, che legge ogni cosa, il sofisticato, che ci ciba solo di alcune perle rare oppure il lettore che non si lascia trascinare e legge saltellando, qualche pagina qua e là. Parlando di appassionati di romanzi gialli questa distinzione sarà tra i lettori pignoli, quelli attenti al capello, al minimo dettaglio, che leggono con la testa (che apprezzeranno sicuramente il bollino di credibilità), ed i lettori “bonaccioni” che si buttano a capofitto tra le righe dimenticando le regole fisico-temporali, leggendo con pancia e cuore (e del bollino non se ne cureranno affatto).

Dunque ognuno ne faccia quel che vuole di questo bollino della plausibilità, molti ne saranno entusiasti ed andranno a cercare i libri certificati, altri non lo noteranno neanche, e continueranno a farsi stupire dalle avventure dei loro paladini. In fin dei conti il bello è proprio questo. 

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