Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Ero in una fase piuttosto grigia della mia vita. Non andava molto male il lavoro ma per il resto… Sì, forse il lavoro era l’unica cosa che non mi preoccupava. Da diverso tempo ormai mi ero allontanato dalla mia famiglia. Non so quanto tempo fosse passato. Forse poco, dipende da quale concezione si abbia del tempo. A me sembrava di stare così da una vita. La mia situazione si era stabilizzata da un po’ in questo senso ma non mi ero mai soffermato col pensiero a ciò che volevo, a quello che mi mancava, a ciò di cui avevo realmente bisogno. Mi ero distratto col lavoro, come probabilmente molti fanno. Avevo degli amici… una bella casa… Oddio, non bellissima, diciamo piuttosto che era accettabile per uno come me. Col passare del tempo però sentivo che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto. Certo, era ovvio che la solitudine mi pesava, ma prima mi arrangiavo meglio, non facevo troppo caso a certi vuoti che percepivo di tanto in tanto, nei momenti più casuali e imprevedibili. Quella specie di mal di stomaco, intendo, quella nausea sottile che blocca quasi il respiro, ti assale e poi dopo qualche istante di lascia, senza un perché. Mi ci ero abituato a quella sensazione, fin da quando ero bambino. Quanto sono stato bravo a simularla, ed esempio in presenza di amici o parenti, o durante un’interrogazione al liceo, piuttosto che nel mentre di una banalissima conversazione con chicchessia. Ma non è di questo che volevo parlare. Dopotutto, come ho detto, ero così abituato da sempre a mostrarmi “normale” con tutti che consideravo tutto questo quasi uno sport di resistenza, uno di quelli che richiede audacia e controllo di sé. No, non era quello il problema più grosso. La molla che mi fece accorgere di me fu un’improvviso senso di stanchezza. Molti obiettivi li avevo raggiunti nella mia vita e, sebbene avessi lasciato un po’ di macerie alle mie spalle, non potevo certo dire di essere stato un codardo, un’irresponsabile o uno stupido. Piuttosto, mi sentii tutto a un tratto spossato dall’idea di dover continuamente correggere degli sbagli. Di chi, non faceva differenza. Il mio lavoro certamente non mi aiutava a sentirmi meglio da questo punto di vista, dato che all’epoca facevo il correttore di bozze presso una famosa casa editrice. Correggere errori era la mia specialità, ciò per cui venivo pagato anche abbastanza bene. Questo probabilmente mi aveva distratto da altri errori inerenti invece a me stesso. Soltanto alcuni, intendo, perché altri mi pesavano assai e non c’era giornata che non mi tornassero in mente, vuoi per il ricordo di una persona, vuoi per una parola scritta che capita davanti agli occhi, vuoi per una tazza da caffè che reca quello stesso nome sulla ceramica da vent’anni. Mi riferisco piuttosto ad altri tipi di errori, diciamo esistenziali, di atteggiamento, che riguardano la radice della propria personalità. Quando si sente di essersi infilati in un vicolo cieco e per quanto si possa stare anche discretamente bene c’è qualcosa che invece si agita nelle membra, qualcosa la cui pacificazione la si pagherebbe a qualsiasi prezzo.

Il mio prezzo fu quello di un viaggio. Un viaggio in Oriente, dove non ero mai stato. Fu una decisione repentina, pensata e subito dopo realizzata. Questo era già un buon passo in avanti, vista la mia perenne lentezza nel prendere decisioni. Partii così, scegliendo il posto in una sera di alcolica spensieratezza, giocando a puntare il dito a occhi chiusi su di una cartina. No, in verità non è proprio così, forse non ero brillo e non avevo nemmeno cartine dell’Asia sotto mano. Forse mi basai su un qualunque documentario visto per caso o sul vociferare di un conoscente che propagandava chissà quali culture, chissà quali mondi alternativi.

Ad ogni modo partii. Non cercai di visitare luoghi affollati, metropoli avvolgenti, attrazioni da turisti. Mi spostai come un vagabondo, vivendo alla giornata, essenzialmente tra enormi campagne paludose, attraversando grandi fiumi, camminando per stradine frequentate da contadini sorridenti. Cercavo una svolta, come dire, un segno che mi confermasse di essere sulla retta via, una visione mistica inviata da qualcuno di superiore che approvasse il mio operato e magari seguitasse a dirigermi verso un’orizzonte di serenità. Dopotutto, quello che si offriva alla mia vista era perlopiù pace, tranquillità. Il ritmo era lento, pacato, per nulla incalzante, anzi, immobile. Ero io a sentirmi inquieto, come un animale fuori dalla sua gabbia dopo essere stato a lungo abituato a vivere del mangime dispensato da un padrone rassicurante.

Il mio viaggio stava per volgere al termine e ancora non avevo trovato una qualche risposta alle mie domande; mi ero limitato a godere a volte forzatamente di quel clima estraneo e affascinante.

Poi venne il giorno in cui la vidi. Aveva un lungo vestito bianco, ricamato di tutto punto. E capelli neri, fluenti. Era chinata sull’argine di un corso d’acqua; sembrava stesse accarezzando alcune piante. La sua testa si girò lentamente verso di me, il suo sguardo mi si posò addosso e ne avvertii subito l’energia; ne rimasi folgorato. Abbandonai la strada sulla quale stavo camminando, in casuale peregrinazione come al solito, e mi diressi verso il suo tenue sorriso cordiale, come magnetizzato da quella splendida eleganza di forme e colori. Capii subito che la diversità che percepivo in lei non derivava soltanto dall’attrazione che esercitava su di me; si presentò infatti come una specie di sacerdotessa, votata ad assolvere tutti i giorni il suo incarico rituale. Mi invitò quindi a fare due passi con lei. Costeggiando il fiume mi mostrava tutta la grazia che a suo parere dispensava la natura. Le raccontai poco di me: in parte perché improvvisamente mi accorsi di non avere niente di significativo da dire, come se gli eventi della mia vita potessero essere riassunti in un decalogo di banalità; in parte perché pareva che i suoi occhi comprendessero più di qualsiasi spiegazione potesse uscire dalla mia bocca. Il suo splendore era straordinariamente intenso, così come l’acqua che scorreva a valle era limpida, pura, assolutamente incontaminata.

“Guarda là”, mi disse, indicando alcuni piccoli fiori confusi tra l’erba, a breve distanza.” Io mi occupo di questo germogli. Questo è il mio compito”.

“Vuoi dire che trascorri tutte le tue giornate passeggiando su quest’argine, a prenderti cura di queste piante?”

“Sì”.

“Ma… a quale scopo? E questo tuo vestito così candido, cosa significa? L’acqua del fiume, poi… è così pulita…”

“La mia è una funzione sacra e sono onorata di essere stata scelta per adempierla. Io ora mi trovo in equilibrio”.

“Sei in una specie di equilibrio spirituale, intendi? Ti credo, qui è bellissimo. Anche tu sei bellissima: il tuo volto, la tua voce…”

“Io appartengo al fiume”.

“Tu mi dai qualcosa che da tempo cercavo. Sento che potrei nutrirmi della tua delicatezza”.

“Io non posso avere altri motivi di vita. Qui tutto è sacro. Vi è un regno nel quale ogni volontà è annullata, perché ogni volontà è un’imposizione”.

“Non so di quale regno tu stia parlando, ma noi viviamo in questo mondo, e in questo mondo siamo liberi di agire, liberi di volere! A me, ad esempio, piacerebbe conoscerti…”

“Te l’ho detto: il mio compito è sacro e queste sono creature speciali. Devo dedicarmi completamente a loro”.

“Lo so. Non potresti rinunciare a tutto questo per me. Ma io pur di vederti verrei ogni giorno, magari per parlare un po’… o anche stando lontano, soltanto guardandoti… Che c’è, perché sorridi? Sarei capace di andare a monte di questo fiume e versarvi dentro ogni tipo di nutrimento affinché giunga fino qui trasportato dalle acque e queste tue piante possano crescere e prosperare! Perché non sorridi più ora? Ti sei stancata delle mie parole?”

“Sei buffo. Quando ti ho detto che devo prendermi cura di questi germogli non intendevo nel senso di favorire la loro crescita, ma la loro salute”.

“Non capisco”.

“Lo so. Tu sei straniero, non puoi capire”.

“Puoi provare a spiegarmi, però…”

“Vedi, qui da noi c’è una antica tradizione che assegna a questi esseri una natura femminile. Questi germogli sono femmine, capisci? Ma se crescessero la loro essenza verrebbe forzata ed essi, sviluppando un fusto e diventando quindi arbusti o alberi, assumerebbero connotati maschili, perdendo la loro qualità essenziale”.

La donna non aggiunse molte altre parole. Sapeva che sarebbero state inutili perché non avrei capito comunque. Capii soltanto che non avrei mai avuto il permesso di conoscere fino in fondo la bellezza che lei rappresentava. Nonostante un’iniziale delusione, allo stesso tempo le mie ansie si spensero. Ripresi la strada fangosa che correva accanto al fiume. Il fondo limaccioso strideva con la limpidezza delle acque vicine. Compresi la differenza tra queste due vie, parallele l’una all’altra, e tutto mi sembrava ruotare attorno ad un voto, alla fede in una promessa di contro alla rassegnazione. Entrambe erano strade e dunque viaggi, orizzonti lontani da avvicinare. Quello della donna sembrava già ai suoi piedi e lei lo guardava con fierezza dall’alto; il mio pareva ancora più lontano di prima.

Subito dopo quell’esperienza ero convinto di un’unica cosa: che il mio tempo lì fosse finito, e intrapresi dunque la via del ritorno.

Ora che è passato molto tempo forse potrei azzardarmi ad affermare che cosa ho appreso da quell’incontro, ma quella volta di sicuro no. Rimasi invece con molti dubbi. Avevo l’impressione che probabilmente, ancora una volta, avevo commesso un errore. Ma sentivo che era un errore diverso dagli altri; aveva un sapore decisamente meno agro e, anzi, recava con sé una sentore particolare: una sottile fragranza di donna.

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.