Approfondimenti Rivista — 26 settembre 2012

Tutelare il diritto alla critica. È questa la parola d’ordine dei 70 intellettuali che hanno firmato un documento a difesa del poeta ed editor Vincenzo Ostuni, citato in tribunale dallo scrittore, ex magistrato, e senatore del PD Gianrico Carofiglio a seguito delle critiche rivoltegli dal primo all’indomani dell’assegnazione del Premio Strega.

Ripercorriamo brevemente l’accaduto.

Dopo l’assegnazione dello Strega 2012 ad Alessandro Piperno, si sono scatenate le immancabili critiche, più o meno condivisibili, ma che tuttavia fanno parte del gioco. Tra queste, quella di Ostuni, editor della casa editrice “Ponte delle grazie” ed in particolare del testo di Emanuele Trevi, “Qualcosa di scritto”, classificatosi solo secondo. Ostuni, il giorno dopo la finale dello Strega, ha pubblicato sulla sua bacheca di facebook uno stato in cui si legge:

“Finito lo pseudo fair play della gara, dirò la mia sul merito dei libri. Ha vinto un libro profondamente mediocre, una copia di copia, un esempio prototipico di midcult residuale. Ha rischiato di far troppo bene anche un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di “responsabilità dello stile”, per dirla con Barthes”. 

La definizione di “scribacchino mestierante” era rivolta a Carofiglio, classificatosi sul gradino più basso del podio con “Il silenzio dell’onda”, edito da Rizzoli.

Mentre Piperno ha saggiamente deciso di restare in religioso silenzio, l’ex magistrato, forse per deformazione professionale, non ci ha pensato su due volte prima di citare per diffamazione Ostuni.

A questo punto la polemica non poteva restare confinata nelle mura dell’aula di Tribunale, visto che un’eventuale condanna a Ostuni significherebbe la sconfitta del diritto alla critica. Così, tra flash mob e manifestazioni di solidarietà, gli intellettuali italiani si sono sentiti in dovere di difendere il collega poeta e, più in generale, il ruolo della critica. Nell’appello, firmato tra gli altri da Fulvio Abbate, Gabriele Pedullà, Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, è scritto:

Le storie letterarie sono piene di stroncature assai più feroci, eppure questa è in assoluto la prima volta che uno scrittore italiano ricorre alla magistratura contro un collega per far sanzionare dalla legge un giudizio critico sfavorevole. Non è necessario condividere il parere di Ostuni per rendersi conto che la decisione di Carofiglio costituisce in questo senso un precedente potenzialmente pericoloso. Se dovesse passare il principio in base al quale si può essere condannati per un’opinione – per quanto severa – sulla produzione intellettuale di un romanziere, di un artista o di un regista, non soltanto verrebbe meno la libertà di espressione garantita dalla Costituzione, ma si ucciderebbe all’istante la possibilità stessa di un dibattito culturale degno di questo nome.

La decisione di Carofiglio è grave perché, anche a prescindere dalle possibilità di successo della causa, la sua azione legale palesa un intento intimidatorio verso tutti coloro che si occupano di letteratura nel nostro paese. Ed è tanto più grave che essa giunga da un magistrato e parlamentare della Repubblica”.

Detto questo, molti dei firmatari (se non tutti) hanno ammesso di non condividere né l’opinione di Ostuni né il modo attraverso il quale è stata comunicata. Se Cortellessa sul Manifesto aveva definito “scomposta” la definizione del poeta, Gabriele Pedullà ha dichiarato a Affaritaliani che “Ostuni nel suo intervento è stato lapidario, mentre in questi casi sarebbe necessario argomentare di più. E non credo si trovasse nella giusta posizione per esprimere quel parere. Critiche che gli ho rivolto personalmente il giorno dopo. Si è trattato di un errore di stile da parte sua, ma questo non c’entra con la libertà di espressione e con la nostra battaglia intellettuale per difenderla”.

Passi l’opinione personale, passi il diritto alla critica, ma che un editor professionista definisca pubblicamente “scribacchino mestierante” uno scrittore, che può non piacere, ma che ha pubblicato diversi romanzi, alcuni dei quali hanno ricevuto premi e riconoscimenti, è esagerato e ingiustificato. Tanto più se si pensa che il critico in questione era coinvolto direttamente dal fatto di essere l’editor di uno dei romanzi concorrenti. La reazione di Carofiglio può in effetti risultare spropositata, ma una critica del genere non è rivolta, come quella verso Piperno, alla qualità del romanzo, ma alla persona in particolare e al mestiere che svolge. Il ruolo del critico è questo, celebrare e talvolta stroncare un testo, ed è anche questo che arricchisce il mondo della letteratura, ma in questo caso le affermazioni di Ostuni meritano una punizione, che non deve essere un giudice a emanare, bensì il lettore, che deve tenere conto della scarsa affidabilità di un critico che fornisce un giudizio su un romanzo concorrente stroncandolo senza la minima argomentazione e dettato da un conflitto d’interesse palese.

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