News Rivista — 25 luglio 2013

La notizia è di quelle straordinarie nella loro non-straordinarietà. Straordinaria in quanto la crisi economica è arrivata a coinvolgere uno dei pochi settori che offrono un servizio gratuito, e spesso domiciliare, al cittadino. Ci riferiamo al caso del quotidiano free-press DNews. Il lato tristemente non-straordinario consiste nell’iter che porterà alla probabile chiusura della testata, nata tardivamente rispetto ad altre (nel 2008, molto dopo i più popolari Leggo e City), e che forse anche per questo motivo ha avuto meno tempo per corazzarsi contro il declino economico che sta attanagliando il Paese. Fatto sta che questa volta il paziente lo stiamo perdendo, strozzato dai tipici malintesi e ambiguità tra il sindacato, atto a proteggere i lavoratori, e l’editoria che deve far quadrare i conti. Verrebbe da dire, da osservatore esterno, entrambi vittime, pur se la solidarietà dal punto di vista umano tende ad andare a chi il giornale lo scrive, la parte più debole in questa guerra tra poveri o quasi.

Le free-press sono un fenomeno che avevamo imparato a dare per scontato. Nella sua semplicità ha smentito uno dei luoghi comuni più pericolosi con cui siamo cresciuti, ossia la convinzione che nessuno al mondo ci regali niente. E lo dico senza paura di cadere nella retorica. Certo, dietro c’è gente che viene retribuita e un salutare supporto di sponsor, ma il fenomeno, divenuto consistente in Italia non prima degli anni 2000 ma da tempo già ampiamente esistente all’estero, ha avuto una portata culturale di non poco conto. Che le free-press, anche le più consolidate, navigassero in cattive acque non era sfuggito a chi, come me, tornando dal lavoro notturno alle sei del mattino, era stato allietato della loro presenza alle pensiline degli autobus, oppure ne trovava una copia sul tavolino della saletta della pausa lavoro affianco alla macchinetta del caffè. Per mia indole, tendo a vedere il lato romantico nelle cose che accompagnano i momenti lievi della mia esistenza, ed è soprattutto pensando alla già citata pensilina che vorrei soffermare il mio ricordo, la sensazione di continuità che quelle poche pagine mi davano. Da adolescente il mondo lo trovavo solo recandomi all’edicola per comprare il giornale o accendendo il televisore, pagato, e dopo averne pagato il canone. Oppure accendendo la radio, pagata. Ora anche accendendo il pc, ma il discorso non è dissimile. La free-press alla pensilina, in quell’orario silenzioso e desolato in cui tutto sembra – pur piacevolmente – immobile e irreale, era come mi dicesse: “Non solo il mondo sta continuando anche adesso, ma non c’è alcun bisogno che tu ti muova o spenda per sapere cosa vi sta succedendo: è lì al tuo fianco, accatastato in una pila”. Ora, voglio che questo mio sfogo non significhi quello che giornalisticamente viene chiamato un coccodrillo, ma rappresenti solo un immotivato timore in un preciso momento storico.

La democrazia digitale per ora è un’utopia: la democrazia vera è ancora cartacea.

Giovanni Modica

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