Approfondimenti Rivista — 30 agosto 2013

Prendo spunto da un articolo del sempre illuminante Christian Caliandro, intitolato Contemporaneo, patrimonio, stupidità e apparso sul numero 13 della rivista d’arte Artribune, nel quale l’autore propone una interessante provocazione:

Proviamo a immaginare uno scenario: cosa accadrebbe se una mattina, contemporaneamente, scomparissero dall’Italia tutti i musei, le biblioteche, le librerie, le gallerie? Poco o nulla, con ogni probabilità. A parte gli immancabili appelli di intellettuali infuriati, e le proteste di minoranze probe e coscienziose, la maggior parte degli italiani quasi non se ne accorgerebbe, o commenterebbe facendo spallucce.

Ora focalizziamo e approfondiamo tale provocazione sul comparto editoriale, supponendo che, appunto, da domani mattina spariscano editori e librerie, dunque svanisca la possibilità di leggere libri. Cosa potrebbe accadere, secondo voi? Sommosse, rivoluzioni, proteste tumultuose contro le classi dirigenti che avranno permesso ciò senza fare nulla di concreto? Forse di primo acchito verrebbe da pensare: ma certo, accadrà di sicuro qualcosa del genere! Personalmente, invece, temo che accadrebbe quanto Caliandro ipotizza nel brano sopra riportato del suo articolo: sì, ovviamente qualche protesta anche pubblica, nelle piazze, magari pure davanti a qualche ministero… Ma quanta gente ci sarebbe, secondo voi, a protestare? Una folla oceanica? Oppure una minoranza proba e coscienziosa la quale, naturalmente, essendo composta da lettori probabilmente forti e dunque di presumibile cultura e relativo alto senso civico, non arriverebbe mai a mettere in atto proteste particolarmente veementi e di matrice sovversiva, se non per via dei soliti “antagonisti” infiltrati. Di certo la loro protesta sarebbe ben più civile e ragionata di quella che verrebbe messa in atto da chissà quanti facinorosi nel caso (sempre ipotetico/fantascientifico, ovvio) che domani mattina venisse abolito il calcio con tutti i suoi annessi e connessi.

Posto ciò, viene da chiedermi una conseguente domanda, che vi propongo in considerazione di come il libro e la letteratura – dunque il comparto editoriale – sia il principale e più popolare segno di “cultura” diffuso nella nostra società: cosa siamo disposti veramente a fare, per difendere la cultura? Ovvero, per porre la stessa questione da un punto di vista complementare: la cultura va difesa a ogni costo, certamente, ma per chi e per quanti la si deve difendere?

La cultura – e, appunto, la lettura di libri, il primario esercizio culturale che noi tutti si possa mettere in atto, come dicevo poc’anzi – è fondamentale per ogni civiltà che si voglia definire realmente tale; di contro, nella nostra epoca contemporanea ricca di difetti e storture, è la domanda che regola l’offerta di un bene, e se non c’è la prima inevitabilmente la seconda diviene non sostenibile. Bene (anzi, male!), con la crisi profonda che attanaglia la nostra società, e che risulta particolarmente dura per il comparto editoriale, da anni in costante calo di vendite e di fatturati – o, se preferite, in costante aumento di debiti – è tanto spaventoso quanto realistico sostenere che, oggi, se il mercato dell’editoria svanisse domani mattina, il danno economico generale non sarebbe affatto grave – e forse è anche per questo che la politica ormai da anni non muove un dito per sostenere l’editoria e il settore culturale in genere, piuttosto configurandosi spesso come un elemento repressore degli stessi (basti pensare ai costanti ed efferati tagli di fondi!) Non solo: come ha ben sostenuto Mario Vargas Llosa nel suo recente La civiltà dello spettacolo (Einaudi 2013, ottimamente recensito da Francesco Giubilei qui su ScrivendoVolo), buona parte dei libri editi che oggi vendono di più e che quindi contribuiscono maggiormente alla sopravvivenza dei principali editori sono quelli che in verità “letteratura” nel senso più alto e virtuoso del termine non lo sono affatto, ma che sono invece mero intrattenimento. Rappresentano “una letteratura che senza il minimo imbarazzo si propone prima di tutto e soprattutto (quasi esclusivamente) di divertire”, in buona sostanza riproponendo sulla carta stampata e rilegata gli stessi meccanismi di facile intrattenimento che soprattutto la TV ha imposto universalmente negli ultimi decenni. Continua Vargas Llosa: “La cultura in cui siamo immersi non favorisce, anzi scoraggia, gli sforzi strenui destinati a culminare in opere che pretendono dal lettore una concentrazione intellettuale. […] I lettori di oggi vogliono libri facili, che li intrattengano, e questo tipo di domanda esercita una pressione che diventa un potente incentivo per i creatori”. Cosa significa tutto ciò? Molto semplice: che nel caso domani mattina sparissero editori e librerie, la maggior parte del pubblico che legge libri (che è quella parte che ne legge ben pochi all’anno, a volte solo uno, come dimostrano bene le statistiche) in fondo potrebbe facilmente sostituirli con qualcos’ altro che possa garantire un simile intrattenimento, visto che alla fine di tutto è questo lo scopo al quale anche molta letteratura si è disgraziatamente piegata. Tuttavia, se il libro decide di mettersi sullo stesso piano dell’immagine – televisiva o cinematografica – in verità firma la propria condanna a morte, dacché mai un media che richiede inevitabilmente uno sforzo mentale (anche minimo) per la propria comprensione e assimilazione potrà competere con quei suddetti media che, grazie all’immagine e ancor più grazie alle strategie di comunicazione visiva messe in atto al giorno d’oggi (ormai del tutto al servizio di contenuti di infimo livello, come saprete bene) offrono tutto bell’e pronto al pubblico fruitore senza bisogno di alcun altro sforzo, anzi, con appagamento ludico ben più immediato e intenso.

Dunque, per tornare a quelle due domande che ho posto poco sopra: cosa faremmo se dovessero sparire i libri e la letteratura? E in quanti saremmo ad agire, a fare qualcosa? Inoltre – aggiungo – con la realtà dei fatti oggi constatabile, saremmo veramente in grado di fare qualcosa? Oppure noi operatori e appassionati dei libri e della lettura siamo sempre più una minoranza le cui eventuali grida di protesta si confonderebbero con lo sbraitare futile e cacofonico che intasa l’etere nostrano?

Forse, sarebbe il caso di lasciare confinata all’ambito fantascientifico/catastrofista un’ipotesi del genere tuttavia riflettendoci sopra per bene, ovvero dovremmo ricominciare e da subito a comprendere appieno quanto la cultura sia fondamentale per la società civile, e quanto anche il semplice gesto del leggere un libro rappresenti un mattone che, se sommato a infiniti altri, è in grado di costruire la più solida e resistente struttura civica sulla quale un paese può e deve sperare di poggiarsi e così di progredire continuamente. Non a caso – lo ribadisco ogni volta che posso – i libri sono sempre stati come fumo negli occhi di tutti i regimi antidemocratici e dittatoriali, per un semplice motivo: fanno pensare. E il pensiero è sinonimo di libertà, sempre, Quindi, o ci facciamo definitivamente assoggettare a un intrattenimento sempre meno intelligente ovvero sempre più imbambolante e rincretinente, oppure continuiamo a restare individui liberi. Per quanto mi riguarda, la domanda nemmeno si pone, ergo compio per l’ennesima volta un gesto rivoluzionario: me ne vado in libreria! 

Artribune nr.13 – Maggio/Agosto 2013, pag.30

http://www.artribune.com/2013/05/artribune-magazine-13/

Luca Rota

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