Approfondimenti Rivista — 17 luglio 2012

L’Italia, crisi economica a parte, è l’ottava potenza economica mondiale, uno dei paesi più industrializzati del globo nonché culla della civiltà che vanta una cultura millenaria. Eppure, ad un onesto cittadino italiano in giro per l’Europa può capitare che la propria carta d’identità, rigorosamente cartacea, venga rifiutata da un anonimo gestore di un pub, in quanto facilmente falsificabile. Quindi, se avete voglia di andare a bere una birra in compagnia in un locale svedese, ad esempio, evitate di presentarvi al bancone con la carta d’identità cartacea ed eviterete brutte figure. In Estonia, per dire, la carta d’identità cartacea non sanno nemmeno cosa sia. E, da quelle parti lì, non è che sia una grande innovazione. Tutto iniziò nel 1991, quando vennero riconosciuti i diritti del popolo estone che, dopo decenni di occupazione sovietica, riacquistò la propria indipendenza. Si trattava, in parole povere, di ricostruire un paese da zero. Al che, i nuovi dirigenti, anziché pensare a leccarsi le ferite e ripartire dal passato, decisero, con straordinaria lungimiranza, di anticipare il futuro, impostando quasi tutte le politiche del paese in chiave digitale. Fu così che nacque, sulle rive del Mar Baltico, “l’e-Stonia”, una Repubblica che conta meno di un milione e mezzo di abitanti (come Milano) e un prodotto interno lordo pari a ventidue miliardi di dollari (potrebbe, in pratica, essere letteralmente comprata da George Soros, il ventesimo uomo più ricco al mondo). Nonostante questi dati rendano perfettamente l’idea della dimensione di un paese del genere, la patria di Skype dal punto di vista dello sviluppo delle nuove tecnologie potrebbe tranquillamente apparire all’Italia come una civiltà aliena.

Per poter accedere a questa società 2.0 ad un cittadino estone basta essere dotato di una carta d’identità elettronica (più del 90% della popolazione ne è provvista), adottata praticamente il giorno dopo la nascita della nuova Repubblica, grazie alla quale si può compilare online la dichiarazione dei redditi, oltre che ricevere l’ultimo censimento o la ricetta del medico e persino, con l’ausilio di uno smartphone, pagare il ticket del parcheggio. Dal 2005 è altresì possibile esprimere la propria preferenza durante una tornata elettorale senza recarsi alle urne. Come? Votando online, ovviamente. Un’organizzazione del genere prescinde da una copertura web pressoché totale, tanto che il piccolo paese è dotato di 1140 punti Wifi con connessione ad alta velocità, e il 97% delle scuole possiede un accesso ad internet. Questo sistema a burocrazia cartacea zero ha inciso sul prodotto interno lordo per il 4-5%. In un mondo in via di digitalizzazione, dati del genere non possono essere trascurati. Internet e Pil viaggiano a braccetto e gli investimenti nelle ICT, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, contribuiscono non poco alla crescita del prodotto interno lordo di una nazione moderna. Basti pensare che in Svezia, nel quinquennio 2004-2009, questi investimenti digitali hanno contribuito alla crescita del Pil per il 33%, in Germania per il 24%, in Gran Bretagna per il 23%.

E l’Italia? In questa speciale classifica il bel paese si piazza all’interno di una dignitosa top 20 con un 12% di incidenza degli Ict sulla crescita del Pil. Ma per quanto riguarda il resto dei dati a riguardo la nostra posizione a livello mondiale è assolutamente da rivedere. Lungo tutto lo stivale, solo il 58,6% della popolazione gode di un accesso ad internet, percentuale di molto al di sotto della media europea. Stessa cosa per quanto riguarda la velocità di connessione: l’inarrivabile Corea del Nord fornisce ai suoi cittadini una connessione con una velocità di 16,6 Mbps, mentre la Romania, prima in Europa, offre la possibilità di connettersi a 6,8 Mbps. La velocità media di connessione a internet di cui può godere un italiano si aggira invece sui 3 Mbps.

Per un paese “maturo” come il nostro, migliorare questi dati nel settore high-tech, diventa indispensabile per lo sviluppo. Certo, un conto è cablare Tallin e un conto è collegare Bolzano a Lampedusa, si dirà. Ma intanto un settore entro il quale l’agenda digitale estone può essere imitata è quello della pubblica amministrazione. Un’idea potrebbe essere quella di fornire ai cittadini la possibilità di accedere ai dati delle amministrazioni pubbliche, come le spese dei politici, idea che è già realtà in settanta paesi. E chissà che, attraverso l’innovazione digitale non si possano aiutare i cittadini a riavvicinarsi alle istituzioni.

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