Approfondimenti Rivista — 16 febbraio 2013

Ammonta a 60 milioni di euro il fondo salva editoria, nato in Francia dall’accordo tra l’executive chairman di Google Eric Schmdit e il presidente del Paese Francois Hollande.

Dopo mesi di scontri e di diatribe, si è giunti finalmente a un accordo: la distribuzione da parte del gigante di Mountain View, tramite il servizio Google News, delle notizie messe in rete dai quotidiani online, autorizza la richiesta da parte degli editori francesi di un contributo economico. Per la precisione, di un contributo economico di 60 milioni di euro in cinque anni – da parte di un’azienda con un fatturato, solo nel 2012, pari a 50 miliardi di dollari- che andrà a costituire il Digital Publishing Innovation Fund, a disposizione dell’editoria per sostenere i costi necessari alla transizione della stampa verso il digitale. In altre parole, la stampa francese, attraverso l’accordo siglato al Palazzo dell’Eliseo a Parigi, accetta di farsi insegnare da Google come raccogliere pubblicità; Google, da parte sua, offre consulenza e fondi necessari all’iniziativa.

La notizia è stata accolta con particolare entusiasmo, soprattutto dagli editori del nostro Paese che, lo scorso 25 ottobre, insieme a quelli della Germania e della stessa Francia, avevano sottoscritto un appello comune ai rispettivi governi per “un’adeguata remunerazione dello sfruttamento delle opere editoriali”.

Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica e ogni notizia va presa con la giusta cautela.

Nelle parole dell’Executive Chairman del colosso di Mountain View – ha precisato il giornalista Francesco Piccinini- non è mai menzionata la parola “contenuti” né tanto meno “pagamento agli editori”. Le sue parole sono un solco, l’unico possibile per un’azienda: fare business. I due assett lungo i quali si muove il protocollo d’intesa con il presidente francese Hollande prevede: l’utilizzo di tecnologie proprietarie – quali AdSense e il gestionale per la pianificazione pubblicitaria di proprietà di BigG (DFP)- al fine di incrementare le revenues pubblicitarie dei giornali; e un un fondo di 60 milioni di euro per sostenere iniziative editoriali innovative”.

In altre parole, a fronte di un piccolissimo investimento, tra qualche anno Google sarà l’unico sovrano dell’impero pubblicitario francese, lasciando alla deriva le concessionarie pubblicitarie. Con la sottoscrizione del Digital Publishing Innovation, infatti, gli editori francesi hanno acconsentito all’utilizzo della pubblicità veicolata da Google, su cui riceveranno soltanto il 62% del reale investimento, nonché all’utilizzo del gestionale fornito da Google, vale a dire alla cessione dei propri fatturati pubblicitari nelle mani di BigG. Inoltre, il fondo di 60 milioni di euro non è destinato unicamente ai giornali cartacei, al fine di favorirne la conversione al mondo digitale, ma a tutti gli attori editoriali che proporranno progetti innovativi.

Gli italiani devono rinunciare ai festeggiamenti o -se particolarmente ottimisti- rimandarli: per il momento nessun salvatore si è fatto strada nel panorama editoriale francese e la stampa europea è ancora in attesa del suo messia. “Google in Francia- continua Piccinini- non ha attuato una strategia di sostegno ma ha messo in piedi un piano d’espansione che mira ad allargare la propria pervasività nel mercato pubblicitario- in una lenta corsa verso il monopolio- e finanzia l’innovazione perché più attori agiscono in rete più pubblicità potrà vendere”.

È pura illusione- ha scritto Gianni Riotta, giornalista de La Stampa- per gli editori, i giornalisti, i governi, l’Europa, le organizzazioni internazionali, pretendere di pilotare la formidabile rivoluzione in corso. Amazon, Google, Apples, YouTube, Wikipedia, Facebook, Twitter, giganti spesso in guerra tra loro, sono la realtà. Occorre battersi perché l’accesso ai contenuti resti libero, perché il giornalismo di eccellenza non si estingua, perché i monopoli non dilaghino, perché nelle scuole e nelle start up digitali lo Stato promuova idee e ricerche. Ma finché Hal Varian, Eric Schmidt e Google conoscono il segreto del sapere digitale, <Innovare!>, e i politici e media europei si ostinano a credere come Hollande nel totem rassicurante <Conservare!>, sappiamo già chi plasmerà l’informazione del XXI secolo e chi farà invece da modello, elegante e sfarzoso magari, al Museo delle Cere dei Media”. 

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