Approfondimenti Rivista — 09 aprile 2013

Essere editori oggi non è come negli anni 70-80 del secolo scorso. La rivoluzione digitale, iniziata con la nascita del personal computer, ha radicalmente mutato il concetto di libro e di editoria: accanto alla digitalizzazione del testo in forma di electronic book, si è diffuso un nuovo modo di pubblicare l’opera letteraria – il selfpublishing – capace di abbattere costi e tempistiche e di ridurre drasticamente la qualità.

Essere editore prima della rivoluzione digitale comportava il possesso di un bagaglio di conoscenze e di competenze assai vasto e variegato, che si estendeva dall’ambito letterario al settore marketing. L’editore doveva mostrare di possedere la capacità di scegliere, tra una quantità imprecisata di testi, quelli qualitativamente validi e, allo stesso tempo, appetibili per un mercato estremamente competitivo ed esigente; la conoscenza adeguata di metodi e tecniche di mercificazione e pubblicitarie; l’abilità di coordinare e monitorare un’equipe di esperti, inclusi nelle varie fasi di progettazione e realizzazione del prodotto-libro. Allora, gli usuali luoghi di incontro tra autore e il suo pubblico di lettori erano costituiti dalle librerie, dalle fiere e dai convegni.

La società odierna ha poco a che fare con quella dell’ultimo 900. Il contatto umano diretto è stato sostituito da un tipo di rapporto mediato dal computer: le persone hanno abbandonato le piazze, preferendo ai tradizionali luoghi di intrattenimento quelli virtuali, come i blog, i forum e i social network. Il rapporto tra autore e lettore è completamente stravolto: i confini non sono più così rigidi ed essi si posso scambiare i propri ruoli in continuazione. La miriade di informazioni diffuse in internet e la grande quantità di applicazioni attualmente disponibili permettono a ciascun individuo di divenire qualunque cosa essi vogliano: cuochi esperti, medici improvvisati, tecnici per diletto, giornalisti a tempo perso, addetti alle pubbliche relazioni e anche editori. “Lì non vi sono scuole, lì non vi sono maestri, lì non vi sono libri”, recita il romanzo “Pinocchio”. “In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola e ogni settimana è composto da sei giovedì e da una domenica”. Il Web non è un mondo immaginario come il Paese dei Balocchi descritto da Carlo Collodi; eppure, proprio come esso, offre tutto ciò che esiste di desiderabile, senza che sia richiesta una specifica formazione.

Con l’avvento della Società in Rete, le barriere di accesso al mercato del libro sono collassate. L’autore è editore di se stesso: scrive, corregge e autopubblica i suoi prodotti letterari. “L’editoria non sta evolvendo- scrive Clay Shirky- l’editoria sta terminando il suo ruolo. Questo perché la parola “pubblica” indica un sistema di professionisti che si fa carico dell’incredibile complessità e dei costi necessari per rendere qualcosa pubblico. Ma oggi questo non è più un lavoro. Oggi “pubblicare” è un pulsante. È un pulsante che dice “pubblica” e appena lo usi tutto è fatto”. E non c’è da stupirsi se è in aumento il numero di persone che tenta il successo nel campo dell’editoria: ciò che separa un lettore medio qualunque dall’essere uno scrittore di best-seller è un semplice click.

Il rischio che si corre è la difficoltà di conciliare la “bibliodiversità” – cioè il pluralismo – con la “sostenibilità” – la misura che non affidi alla discrezione dei lettori tutta la responsabilità della scelta di fronte a un’ offerta che potrebbe essere smisurata. Ancora di più, il pericolo è quello di pubblicare prodotti qualitativamente scadenti e di rimanere sommersi nel mare della falsa informazione. Nel web- proprio come nel Paese dei Balocchi- in mezzo ai continui spassi e agli svariati divertimenti, le ore, i giorni, le settimane passano come tanti baleni; ma dopo mesi, potremmo svegliarci e trovarci di fronte a quella stessa cattiva sorpresa che trovò Pinocchio: renderci conto di essere solo tanti indifesi piccoli asini.

 

 

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