Approfondimenti Rivista — 01 novembre 2012

L’Italia è al settimo posto nella classifica dei mercati editoriali mondiali. E sicuramente l’entusiasmo potrebbe sopraffare chi spera e crede nel futuro di quella pratica solitaria ed intima dove ognuno è libero di correre tra i peccati senza per questo divenire un peccatore, in quei meandri di intimità e scoperta senza per questo divenire invadente, in quell’estremità del sogno che ci è permesso ricordare; in una parola: della lettura.

In realtà i dati riguardano il numero di titoli pubblicati nel mondo e non il numero di lettori.

L’Italia è un paese di aspiranti scrittori, peccato che non siano altrettanti i lettori. Se almeno i numeri fossero equi già si potrebbe credere nella qualità dei libri pubblicati. L’enorme quantità dei prodotti disponibili disorienta la clientela, e soprattutto chi tenta di avvicinarsi alla parola scritta per la prima volta non ha più criteri sui quali fondare la propria selezione. Una volta le case editrici erano sinonimo di qualità e soprattutto di scelta preventiva. Il marketing ora cerca di sopperire a quelle mancanze che solo i lettori avrebbero potuto colmare. E quindi per sopravvivere si ci affida ai best seller, o ai titoli ad alta rotazione; quei casi editoriali che fanno riflettere sul perché Murakami Haruki guardi dal basso E. L. James in una classifica piena di sfumature.

Spesso quindi le scelte degli editori pendono dalla parte del denaro. Considerando il fatto che si tratta di imprenditoria questo appare scontato e non esclude il connubio armonico tra qualità e guadagno. Ma quanti titoli riescono a compensare valore culturale e tirature?

Dopo questa prima fotografia di un mercato obeso l’obiettivo da porsi è il ridimensionamento della siluette dei paesi, di modo che si avvicinino alla loro forma geografica, o almeno, i numeri dei titoli pubblicati abbiano una sintonia con il numero della popolazione.

Molto si è discusso sulla capacità di dire no degli editori; il loro ruolo è fondamentale nella definizione degli spazi che la cultura può occupare e soprattutto della sua entità. Le grandi case editrici ingoiano una porzione enorme della domanda e i milioni di copie dei loro best seller emarginano i titoli della piccola e media editoria. Il monopolio non è solo economico, ma soprattutto culturale.

La rete permette la circolazione di libri che probabilmente sarebbero stati solo un raro esemplare in assenza di questa. Ma il problema, ora urgente, è come ridimensionare un’offerta facile, tanto facile che la sua presenza è ormai invadente.

E’ necessario che gli editori trovino il modo per farlo; anche se sembrasse controproducente diminuire la propria presenza sul mercato bisogna considerare un’attenta ripartizione dei prodotti. Se il libro infatti non è posizionato correttamente ogni sforzo aziendale di marketing risulterebbe inutile. I problemi dell’editoria tradizionale sono attaccati come zecche assetate alla filiera, alcune di queste cadono grazie al digitale, altre invece rimangono gonfiandosi smisuratamente. Ad esempio la difficoltà di segmentare il mercato della domanda, a causa dell’insufficiente numero di lettori, non permette la creazione di un libro che soddisfi un target definito. Se la quantità di clienti permettesse una suddivisione precisa le tirature sarebbero contenute, o meglio: adeguate alla potenzialità di fruizione.

Gli editori sfoggiano tanta carta stampata e tanti ebook; il rimbombo della globalizzazione impaurisce gli addetti ai lavori. L’unico modo per sopravvivere sembra quello di creare senza mai pensare.

Gli editori devono mettere a dieta un mondo obeso. Il mercato è gonfio. Dire no, individuare i lettori e creare valore può essere, a mio parere, un buon inizio.     

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scrivendovolo

(5) Readers Comments

  1. Dovremmo cominciare una campagna per obbligare i non lettori a leggere almeno un libro al mese, anche uno piccolo

    • L’obbligo non va di pari passo con la passione. Credo che l’educazione invece possa generare un obbligo che noi stessi ci poniamo; quindi un dovere compreso, accettato e amato. Solo allora avremo la capacità di capire quanto lettura cibi l’intelletto.

  2. lavoro in una piccolissima casa editrice (livello 4) e ogni tanto rifletto sul mio blog sul mercato delle lettere. condivido l’articolo di sofia di giuseppe. pongo solo una domanda sulla rete e propongo un’ipotesi, come ho fatto in un mio articolo uscito per il settimanale gli altri. ecco il link
    https://mollyemme.wordpress.com/category/il-mercato-delle-lettere-e-delle-arti/

    • Risolvere il problema della quantità con la rete è come riempire di oggetti rotti il nostro sgabuzzino. Spesso i lettori si affidano ai numeri credendo che corrispondano alla qualità o semplicemente per sentirsi parte di un dibattito che dona vita collettiva alla pratica solitaria della lettura. Gli editori sono imprenditori, ma dai loro magazzini escono anche opere creative che presuppongono il gusto dell’arte. Questo gusto per alcuni è innato, ad altri invece va insegnato pubblicando libri che rispettino canoni stilistici, regole grammaticali, e delle volte va aggiunto un pizzico di imperfezione per mantenere alta l’attenzione. Decidere cosa leggeranno i lettori non è da poco conto. La rete invece necessita di una normativa che rispetti il copyright e distingua opere pubblicabili e non. Complimenti per l’articolo! E’ un piacere scambiare pareri approposito!

  3. però è uno sgabuzzino bello grande. io sul copyright ho qualche dubbio, come ce l’ho sulla funzione dell’editoria nel futuro anche prossimo. anche a me fa piacere poter discutere di queste cose. spero ci siano altre occasioni

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