Siamo sempre nell’ambito della fiera dell’editoria di Roma, “Più libri più liberi”, ma stavolta si parla dell’editoria “low cost”, argomento sicuramente di grande interesse visti i tempi di crisi che purtroppo attraversa questo settore.

A parlarcene sono due editrici, Daniela di Sora, della casa editrice “Voland” e Carla Fiorentino, della “Nottetempo”, con l’intervento e l’introduzione di Anna Andreozzi, dell’Associazione “Biblioteche di Roma”.

E’ inevitabile che subito si parta da una legge, una legge che è stata spesso nominata nei giorni della fiera in occasioni diverse: la legge Levi, che, regolamentando il prezzo di copertina dei libri, fornisce anche le percentuali degli sconti che poi noi consumatori troviamo andando in libreria. 

Lo sapevate che il massimo sconto che possono fare le librerie di loro iniziativa è il 15%? E che quello più alto concesso agli editori è del 25%?

Quando si parla di editoria “low cost” si parla quindi di questo, di quanto e di come sia possibile scontare un libro rispettando la legge in corso ed andando comunque incontro ai bisogni del pubblico.

Fra le prime case editrici che hanno adottato questa linea di pensiero c’è la “Newton Company”, con i suoi tascabili (classici, perlopiù) venduti intorno ai dieci euro, e poi è partito una sorta di “contagio” che ha coinvolto tutte le maggiori case editrici (Mondadori, Feltrinelli ecc) rendendo disponibili nei negozi una quantità sempre maggiore di libri ad una cifra accettabile. 

Ma, come fa notare, Daniela Di Sora, il prezzo del libro non è l’unico problema: ci tiene a sottolineare infatti che all’editore va in tasca solo la metà del prezzo di copertina. Ottimo, si potrebbe dire. E invece no, perché con quei soldi bisogna pagare i diritti, la traduzione – in caso di letteratura straniera – la tipografia, e poi ancora i dipendenti dell’azienda e giù, fino ad arrivare alle bollette della luce per la sede. E, all’autore, paradossalmente, va ancora meno. 

Allora perché, bisogna domandarsi, solo il libro deve essere scontato ma mantenendo la qualità a cui i lettori sono abituati? “A nessuno – dice – verrebbe in mente di pensare che un maglione di ottima lana deve essere al 50% già dai primi giorni in cui è presente in negozio”. La similitudine effettivamente regge. 

Lo ribadisce anche la Fiorentino, spiegandoci che per esempio la “Nottetempo” nasce attorno ad un progetto che fa della grafica editoriale un vanto, ed è quindi impossibile tagliare le spese proprio per la cosa che contraddistingue la linea, le cosiddette “case di progetto” non possono cambiare senza stravolgere la loro natura. Perché per loro è così: libri più scontati, libri meno curati – almeno, questa è l’equazione che le due editrici ci propongono. 

E’ difficile far capire allora come sia possibile che ci siano libri a sette, nove euro ed altri a venti e che apparentemente i due prodotti si equivalgano: nel caso dei classici sicuramente pesa molto meno la questione dei diritti d’autore, o, per la letteratura italiana, quella della traduzione, ma il punto cruciale è che ci sono realtà diverse: non tutte le case editrici possono – o vogliono – scendere a compromessi rischiando.

Ma se fino ad ora nessuno ci guadagna, a chi vanno tutti i ricavati: alle aziende di distribuzione. Sono loro ad avere il vero monopolio, e questo è il motivo per cui l’unica possibilità che hanno case come “Voland” e “Nottetempo” è giocare sulla promozione: sempre, comunque, ovunque. Ovviamente, sempre confezionando la promozione al libro – non tutti i libri stanno bene sulle fiancate dell’autobus, e non tutte le case editrici possono, anche volendo, permettersi una cosa del genere.

Bisogna cercare alternative, collaborare con le biblioteche, con le scuole, con i comitati di quartiere – questa la loro proposta. 

<< Perché, in fondo, non si può leggere un libro dal parrucchiere al posto di “Chi”?>>

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