Editoriale Rivista — 12 novembre 2012

Io leggo per un sacco di motivi. Generalmente tendo a frequentare lettori e ho paura che, se smettessi di leggere, loro non vorrebbero più frequentare me (sono gente interessante e sanno un sacco di cose interessanti, ne sentirei la mancanza). Sono anche uno scrittore e ho bisogno di leggere per ispirami e per istruirmi e perché voglio migliorare, e solo i libri possono insegnarmi come. A volte, certo, leggo per scoprire delle cose: a mano a mano che invecchio, sento sempre di più il peso della mia ignoranza. Voglio sapere com’è questa o quella persona, vivere in un posto o in un altro. Amo quei dettagli sui meccanismi del cuore e della mente umana che solo la narrativa ci può illustrare, i film non si avvicinano abbastanza.
(N. Hornby, Una vita da lettore)

Nonostante, come ripetuto più volte, l’Italia rappresenti il settimo mercato editoriale del mondo per importanza, il numero dei lettori del bel paese non è mai stato altissimo, e come se non bastasse va diminuendo con la crisi e le tendenze material-nichiliste dilaganti.

Dal punto di vista statistico, la categoria del lettore comprende perfino quelle persone che leggono un paio di libri l’anno, rientranti nella cerchia dei lettori “deboli”, ma comunque lettori. Viceversa, alla categoria dei lettori “forti” si fanno risalire coloro che leggono almeno un libro al mese. Rappresentano una minoranza della minoranza e anzi, per chi ha l’abitudine di consumare cinquanta/sessanta testi l’anno, definire lettore forte qualcuno che legge un libro al mese appare perfino “generoso”.

Proprio i lettori “extra-forti”, come potrebbero essere ribattezzati, sono coloro ai quali si attribuisce, erroneamente, la qualità di indirizzare l’offerta editoriale. Dico erroneamente perché, se si pensa ad esempio al caso editoriale di “50 sfumature di grigio”, si capisce chiaramente che il fenomeno editoriale nasce proprio dal fatto che riesce ad attrarre sia i lettori forti che quelli deboli, persino i non-lettori.

È spesso proprio lo stesso lettore forte a snobbare il fenomeno editoriale del momento, proprio perché crede che se un certo titolo riscuote un largo successo di vendite, allora è un testo appetibile a tutti, e quindi non certo un gran libro. Si palesa così un altro errore statistico: far corrispondere al lettore forte un “buon” lettore, in grado di comprendere la differenza tra letteratura e paraletteratura. Eppure esistono semplicemente tante persone alle quali piace leggere, che si dedicano alla lettura del successo del momento, che apprezzano un certo tipo di lettura “pop” e quindi di intrattenimento e poco impegnativa, ma che comunque consumano anche più di dodici libri l’anno.

Alla luce di tutto ciò, è necessario fare una distinzione qualitativa tra i lettori forti?

Non me la sento di definire una persona che legge cinquanta romanzi Harmony l’anno come un lettore di serie B. Di certo, però, non offendo nessuno se affermo che esiste una differenza antropologica tra i vari lettori, che in parte ha origine proprio nel motivo per cui ci si dedica a questa attività. Lo scopo primario è comune più o meno a tutti, appagare momentaneamente la ricerca di emozioni, il che già differenzia la categoria da quella dei non-lettori che non immaginano nemmeno sia possibile emozionarsi leggendo un libro. Detto ciò, non è affatto scontato che tutti i lettori ricerchino nel libro il medesimo soddisfacimento emotivo.

C’è chi sente il bisogno di approfondire temi storici, politici, economici o scientifici, che è solito dedicarsi alla lettura di saggi e inchieste, biografie e romanzi con ambientazioni attinenti all’interesse ricercato. Chi vuole abbandonarsi all’evasione mentale e sceglie un romanzo rosa, una storia fantasy o una commedia, e via via discorrendo le varie tematiche specifiche, che denoteranno letture diverse scelte a seconda del momento particolare del lettore o semplicemente della sua curiosità. Il lettore monotematico è più ignorante di quello onnivoro? Il lettore che sa apprezzare classici senza tempo e non trova appagamento alcuno nei testi scritti come fossero storie da quarta elementare è “più lettore”, parafrasando Orwell, di un fan di Fabio Volo?

La risposta è semplice: esistono lettori maturi e lettori immaturi. La scorsa settimana ho affermato che la lettura richiede un’educazione ad essa, e mi sento di ribadire con forza che il ruolo principale della lettura è formativo, cioè adatto a sviluppare l’animo dei suoi fruitori, spesso provocando in loro un cambiamento che li porta a un vero e proprio passaggio di stato a livello psicologico, emotivo e di identità.

Non parlerei allora di lettori di serie A o di serie B, piuttosto di lettori “formati”, buoni conoscitori di letteratura e animati da una viva curiosità, che li porta a volersi misurare con testi sempre più “difficili” e quindi a provare a sviluppare una propria coscienza letteraria, e di lettori “sprecati”, poiché dotati di una forte passione per la lettura, ma che non sentono il bisogno di allargare i propri orizzonti culturali, vuoi per pigrizia o vuoi per disinteresse, e che quindi non sentiranno mai necessità di leggere Nabokov anziché Moccia.

Daniele Dell’Orco

 

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