Approfondimenti Rivista — 14 gennaio 2014

C’erano una volta gli editori che selezionavano e determinavano il mercato offrendo ciò che ritenevano più redditizio o meritevole di attenzione. Un fenomeno identico ad altre forme di divulgazione come quella che sarebbe stata utilizzata, in anni più recenti, dalle case dell’home-video, che generalmente si aggiudicano i diritti di un prodotto di sicura presa commerciale per poi aggiungervi altri titoli di minore appeal per due motivi: creare una proposta corposa che giustifichi una ragione sociale o pregiarsi di pubblicare anche prodotti di nicchia ma di qualità. Il meccanismo, non a caso, si chiama “editoria” sia che si tratti di elettronica che di cartaceo, ed ha metodologie simili che si sono tramandate e adattate. Certo, per la letteratura i margini sono più stretti che per altro… Il problema sorge quando il mercato diventa talmente asfittico da non riuscire ad accaparrarsi l’esclusiva di qualcosa di richiamo né la prestazione letteraria di qualche personaggio famoso, cosa che impedisce un surplus di guadagno e il suo riversamento in opere diverse. Ma l’eventualità peggiore è senz’altro il formarsi di una povertà culturale tale che persino chi avrebbe possibilità di investire in novità di pregio, preferisce riempire il proprio catalogo sempre più di prodotti di guadagno immediato come libri di calciatori (scritti da altri), di soubrette televisive che fanno la fortuna dei correttori di bozze, e così via. In molti casi, le case editrici più grosse si sono comportate così: andando a colpo sicuro come se un settore basato sulla valorizzazione della creatività fosse una qualunque macchina da soldi. In un tale panorama, chi non era già noto in principio, chi non aveva i “santi in Paradiso” (in primis giornalisti) o non aveva mai avuto la possibilità di bucare il sempre più indispensabile schermo televisivo, aveva davvero le speranze al minimo, se non il ricorrere all’autofinanziamento che foraggiava minuscole case editrici poco motivate a selezionare la qualità o a divulgarla (in alcuni casi del passato funzionò, come per Italo Svevo, il quale però visse in un’epoca completamente diversa e ebbe disponibilità per investire su se stesso); trovo inoltre che l’autopubblicazione non sia mai stata l’ideale per chi ama essere “scelto” fin dall’inizio per i propri meriti.

Fortunatamente, per ogni nuova degenerazione arrivano anche nuovi mezzi per fronteggiarla. Parliamo di una vera benedizione che si chiama crowdfunding e fu lanciata in USA da Obama per fronteggiare i costi della campagna elettorale, ma senza immaginare le evoluzioni che la cosa avrebbe comportato. Eppure si tratta di un fenomeno talmente semplice che fa sembrare incredibile che nessuno ci avesse pensato fino a quel giorno, dato che l’era di internet era già iniziata da molto (tanto per cambiare, senza rete neppure questa novità sarebbe esista). Prima della rete, si chiamavano collette, ma avevano un senso ben diverso: le collette erano mosse da motivi di aiuto verso chi le chiedeva, si rivolgevano a bacini bassi e per esigenze essenziali. Qui non è carità, ma prevede la partecipazione entusiastica di un – come scrive giustamente la O. Moscolo del Corriere – “mecenatismo nato dal basso”. Tutto parte da apposite piattaforme che mettono in luce proposte di cui non è facile coprire le spese, e fiduciosamente la “platea” risponde con donazioni alla richiesta: le varie nicchie, che un tempo non avrebbero avuto voce in capitolo riguardo alle loro passioni, si uniscono ai loro simili di migliaia di km di distanza per potere avere in commercio lo stesso prodotto. Questo ha già portato un grosso aiuto all’editoria per poter andare a colpo sicuro. L’importante è che sia gli autori che i fruitori aiutino se stessi in questo progetto divulgandolo con emails, social network o altro. Forse qui in Italia attecchirà con più fatica, dati i timori di furto, tuttavia anche noi abbiamo già un esempio del funzionamento dell’operazione: il libro di illustrazioni “Cappuccetto rosso animalista” di Alessandra Catalioti.

Siamo ben consci che il pubblico non sia sempre illuminato nella sue preferenze, ma questo è forse l’unico caso in cui la qualità può essere salvata da pochi ma in grado elargire (ne esistono senz’altro), evitando che nascano nuovi appiattimenti in forme diverse.


Giovanni Modica

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