Approfondimenti Rivista — 03 dicembre 2012

La voglia di esotismo e avventura è sempre stata insita nell’animo umano, almeno finché si parla di sogni. Nella realtà della vita quotidiana di ognuno, infatti, spesso non diventano niente di più, anche se il desiderio di prendere e cambiare vita in un altro posto del mondo godendosi bellezze naturali o climi esotici, metropoli trasgressive o eremi solitari, ritaglia sempre un piccolo spazio in fondo al cuore di ognuno di noi.

La globalizzazione, la crisi economica, l’arretratezza culturale che purtroppo attanaglia il nostro Paese, stanno costringendo però negli ultimi anni migliaia di persone a cambiare aria sul serio. Nessuna speranza di successo in Italia, specie se si viene dal nulla e non si hanno delle prospettive di vita tracciate. Tra questa mole di emigranti, spiccano giovani laureati che vogliono veder valorizzato maggiormente il loro lavoro e sperano di poterlo fare altrove.

Da qui la nascita del famoso processo che va sotto il nome di “Fuga di cervelli”. Più di cinquantamila giovani ogni anno lasciano l’Italia, e il 70% di loro lo fa con una laurea nel taschino.

Il sistema educativo italiano, seppur traballante, ha provveduto a formare le loro menti, non senza difficoltà, e a trarne i benefici sarà una comunità nazionale diversa dalla nostra. Negli ultimi vent’anni, i nostri “cervelli” all’estero hanno prodotto brevetti per un valore di 4 miliardi di euro.

Incredibilmente, a quanto pare, l’Italia continua ancora a coltivare talenti, o almeno potenziali talenti, che si vedono chiudere le porte in faccia da un sistema che non li valorizza, mentre in paesi come gli Stati Uniti, la Germania, il Canada, e di recente la Cina, possono esprimere al meglio le loro potenzialità e ricevere gratificazioni professionali e materiali.

Due anni fa Sergio Nava, giornalista e scrittore, ha scritto in proposito un libro intitolato “La fuga dei talenti”, che ha ispirato la fondazione di un omonimo blog che ritrae la sconcertante realtà del “sistema Italia” (http://fugadeitalenti.wordpress.com/centro-studi-fdt/).

Si apprende, per esempio, che un neolaureato da noi guadagna in media 1.054 euro al mese, all’estero 1.568. Oppure che nel 2004 il 20% dei laureati entrava in azienda con un contratto a tempo determinato, mentre nel 2010 è successo solo al 6% di loro. Non solo: se nel 1990 l’età media delle élite in Italia era di 51 anni, nel 2005 era salita a 62. Mentre dal 2000 al 2010 si è quasi dimezzato il numero di amministratori “under 30” nelle imprese.

Si legge anche: “Prendendo come riferimento il periodo 2004-2008, i laureati emigrati dal Nordovest sono cresciuti del 90,9%, dal Nordest del 93,8%, dal Centro addirittura del 153%. Più contenuta la crescita dei laureati emigrati dal Sud (+28,1%) e dalle isole (+55,6%).

Infine l’età: nel 2008 il 54,1% degli emigrati dall’Italia aveva un’età compresa tra i 25 e i 44 anni. Un dato in crescita, rispetto al 48,8% del 2004. Che mostra come -ad emigrare- siano le classi di età più produttive. Nel Centronord la percentuale di 25-44enni sul totale degli emigrati ammontava -nel 2008- al 57,3% del totale, contro il 47,6% del Mezzogiorno.”

Nonostante questi dati possano apparire drammatici, storicamente il nostro è sempre stato un popolo di emigranti, anche in epoca moderna. Il grande limite del sistema Italia in questo senso, non è tanto che i nostri ragazzi fuggano, quanto che i motivi che li spingono ad espatriare sono gli stessi che non attirano minimamente giovani dall’estero. Se escludiamo i “paradisi” globali che hanno da sempre mostrato una certa appetibilità e un certo interesse nel valorizzare giovani ambiziosi, come gli Stati Uniti stessi, o la Gran Bretagna, o il Giappone, altri Paesi come la Germania locomotiva d’Europa sono stati protagonisti di un doppio flusso di gente.

La realtà tedesca è in grado di accogliere e valorizzare studenti provenienti da ogni parte del mondo, nonostante ciò molti giovani teutonici decidono comunque di emigrare verso i paesi sopracitati.

Il nostro grande problema è dunque la chiusura. Solo il 9,1% di giovani italiani di origini umili arriva alla laurea, contro una media europea del 23%, e una parte di essi nemmeno riesce a raggiungere il traguardo sperato. La quantità dello stipendio percepito dai padri è tristemente simile a quello dei figli. La burocrazia elefantiaca impedisce di svolgere con tempestività anche gli iter più semplici. In queste condizioni, per quale motivo un giovane laureato straniero dovrebbe scegliere l’Italia come meta di studio?

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