Approfondimenti Rivista — 01 ottobre 2013

Cellulare, soldi, documenti… Ah sì, il passaporto, bisogna chiudere lo zaino, salutare i parenti e guardarsi allo specchio per rendersi conto davvero di quello che si sta per fare. Bisogna essere veloci, silenziosi, ma tanto ormai lo gridano tutti, lo spiattellano sulle riviste, è un luogo comune ormai radicato nella mente delle persone.

Lei è davvero preparato, complimenti, se le posso dare un consiglio se ne vada da qui, questo paese è morto” frasi che volteggiano nell’aria, si disperdono, si uniscono come foglie catturate dal vento autunnale; si trasformano in un fardello che si lega inesorabilmente ad una nuova generazione che vive di speranza.

Andare lontano per dimostrare chi si è veramente, per ricevere quel premio, quella coppa lucida tanto agognata che si da per scontato che non si riceverà mai gareggiando in un paese dove c’è chi partecipa ai 100 metri con una Ferrari.

Le nostre orecchie ormai sono abituate ad ascoltare storie di giovani laureati che decidono di andare altrove alla ricerca della Terra Promessa, dove svolgeranno il loro mestiere e saranno retribuiti e distinti per i loro meriti.

Menti che si disperdono come biglie sulla spiaggia dell’Europa, arricchendo università, posti di ricerca ed introducendosi in ambienti più o meno importanti ma che in ogni caso riconosceranno la loro dignità lavorativa.

Si lascia un ipotetico scenario apocalittico per raggiungere una nuova felicità, per costruirsi quel futuro giusto,per poter ricominciare da capo: si parla di quanto sia necessario e legittimo andarsene, di quanto sia migliore quello che si può vedere oltre il vetro sporco della propria nazione.

Questo pellegrinaggio sembra però aver preso anche una certa piega “modaiola”, scappare a prescindere perché è giusto, perché voltandosi ovunque si può vedere decadenza, corruzione e un’economia e una politica che giorno dopo giorno danno l’impressione di accartocciarsi su loro stessi.

Perseguire un obiettivo che cambia continuamente e che non è mai raggiunto è forse l’unico rimedio all’abitudine, all’indifferenza, alla sazietà. È tipico della condizione umana ed è elogio della fuga, non per indietreggiare ma per avanzare.”

Cosi Laborit ci presenta il tema della fuga, nella sua celebre opera del 1976: l’uomo è mutamento,evoluzione continua di idee, uragano di cambiamenti che cesseranno solo con la morte.

I giovani hanno bisogno di sperimentare, il loro senso di ribellione e di giustizia li porta a maledire quello in cui vivono, agganciandosi con forza ed indignazione ad un amo immaginario che troveranno ovunque, ma non dove vivono.

Ma spesso ci potremmo trovare a riflettere,quanto costa lasciare? Il profumo della propria vita, della propria identità, dei propri affetti, che vengono spazzati via, fingendo che non ci tocchi, creando come scudo un decantato coraggio che serve per avere opportunità.

Ma volendo esser critici ci potremmo accorgere che velatamente ci sono inviati impulsi ovunque che fungono da insegne luminose direzionali che ci vogliono “altrove”, ma che non ci spingono a voler trovare una soluzione qui.

È altrettanto consentito seppur oneroso voler chiedere una possibilità anche nella propria patria, sempre in piena libertà, senza risultare folli ma con il seme di una nuova volontà, che sia piantato nei giovani e che riesca a germinare dando vita ad un forte e dinamico domani.

Arianna Pepponi

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