Approfondimenti Rivista — 26 luglio 2013

Qui per sognare mi tocca dormire/ O come sempre suonare, suonare…”

I versi sopra citati sono stati scritti della Premiata Forneria Marconi. Basta, però, semplicemente sostituire le parole scrivere, scrivere per passare dalla musica al giornalismo. Che inizialmente può sembrare El Dorado, poi soprattutto per i più giovani si rivela essere un mondo senza le prospettive di lavoro pensate e auspicate. Anzi, di precariato.

L’interessante inchiesta al riguardo è stata realizzata dal Coordinamento dei giornalisti precari per la Campania, che durante un incontro pubblico enfatizzato con il nome “AAA cercasi giornalista a tempo perso”, ha presentato un dossier su circa cinquanta annunci truffa in regione per fantomatici posti da cronisti in testate o sul web persino regolarmente registrate. Il 50% di questi ‘scambia’ il lavoro con la possibilità di entrare a far parte del prestigioso Albo dei Giornalisti, altri chiedono una collaborazione a tempo pieno senza nascondere il fatto che non verrà elargita la minima retribuzione, o addirittura alcuni promettono di attribuire ad ogni articolo un bottino di 10 punti per un concorso a premi dove la posta in palio sarebbe un contratto di sei mesi. Come un famosissimo film di Benigni e Troisi: “Non ci resta che piangere”.

In tutti i casi, però, bisogna effettuare un distinguo preciso sul fine dell’atteggiamento delle persone. Sembrerà ripetitivo dirlo ma torniamo sempre alla stessa questione: la crisi economica di questi tempi e le scelte fin troppo discutibili dello Stato. I piccoli ed onesti editori, che sopravvivono grazie ai ricavi delle vendite o alla pubblicità, cosa altro possono fare se non utilizzare solo temporaneamente (non di più…) come volano la visibilità della firma per cercare di crescere e dare il maggior numero di notizie possibili per attirare la gente? Altri editori, invece, non si pongono tanti scrupoli, hanno i mezzi ma ‘sfruttano’ solamente le persone per i propri scopi trattandole come semplici oggetti. Chiaro esempio gli inverosimili concorsi a premi indetti: fantascienza, pura distopia per usare il termine coniato dal filosofo inglese Stuart Mill.

Il margine tra le due categorie di editori in alcuni casi è sottile, ma solitamente si manifesta in tutta la sua grandezza dopo due anni di collaborazione, ovvero il tempo necessario per ottenere il tesserino da giornalista pubblicista. E come denuncia il noto dossier in molti casi dopo aver acquisito la tessera non solo non vengono dati riconoscimenti e retribuzioni alle persone ma addirittura possono essere sostituite come niente. Così per loro si apre solo una strada di precariato, l’ipotesi peggiore possibile. Ecco, con un editore e una redazione onesta questo non dovrebbe mai succedere: anzi, una volta ottenuto il titolo di pubblicista possono aprirsi solo spazi e responsabilità maggiori.

La situazione è delicata, per i più giovani il consiglio è uno: avvicinarsi al mondo del giornalismo, divertirsi, scrivere però senza troppi voli di fantasia per non rimanere delusi. Considerarlo come un hobby piacevole, non come un lavoro a tutti gli effetti per valutare in maniera precisa e distaccata l’ambiente circostante e le vere possibilità di futuro. La priorità allo studio che magari non darà certezze ma qualche sicurezza in più visto poi l’atteggiamento di alcuni editori. Resta, però, il fatto che poiché si tratta di lavoro, prima o poi deve essere retribuito.

Gianluca Mariotti

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