Approfondimenti Rivista — 11 maggio 2013

Una vita da mediano è quella che molti di noi si trovano a vivere nell’era dell’informazione, del libro digitale, della nuova didattica. Per capire basti considerare la posizione centrale che ci permette di vedere un “prima”, di cui ora sentiamo nostalgia, e un “dopo” che si scontra con la nostra ingombrante presenza.

Lo stordimento, che facilmente può coinvolgere chi vede mutato un ordine consueto, di cui non si potevano immaginare altre forme, colpisce acutamente chi lavora nel mondo dell’informazione e quindi ha costituito un proprio metodo di lavoro perfettamente calzante con convenzioni e sistemi che hanno definito per anni un mestiere.

Oggi le forme cambiano, l’organizzazione anche, il prodotto soprattutto.

In particolare, per i giornalisti e i bibliotecari non si tratta solo di strutturare un metodo di lavoro, ma accettare i nuovi supporti che definiscono altri generi di scrittura, individuare un target con esigenze e caratteristiche diverse rispetto al precedente ed ideare nuove formule per un mondo dell’informazione in continua evoluzione.

Soffermarsi sul giudizio di molti mediani che considerano tale percorso un’involuzione, sarebbe, nonostante l’importanza, una replica a brave scadenza. In questo caso il compito del giornalista o del bibliotecario non può più essere difensivo, ma il gioco va gestito diversamente, servito con fantasia.

Le tendenze, che spingono l’informazione verso nuovi lidi, sono scaturite dal cambiamento del supporto, ma diffuse attraverso un uso più quotidiano, domestico, e abitudinale da parte dell’utente.

Il percorso oggi seguito dai consumatori di informazione non è poi così parallelo a quello sostenuto dai produttori di informazione. Gli usi sopra citati, e adottati dai vari utenti, permettono anche la creazione di materiale informativo. Ciò significa che i confini, le due grandi categorie di mercato: domanda e offerta, non sono mai state così vicine. Anzi, come nella rete, nessun ordine le identifica.

La nuova creatura ha il nome di prosumer, ma non ancora, così facilmente, potrà fregiarsi del titolo di giornalista o bibliotecario.

Il compito dei professionisti del settore, nonostante le difficoltà che anche solo teoricamente appaiono, è, come suggerito da John Herman e Ben Smith:

quello di filtrare e contestualizzare le informazioni che non sono gestite da loro direttamente”. 

In questo modo potrebbe ritrovarsi un ordine che nella rete, come caratteristica funzionale, proprio non esiste.

I’m just browsing”. Con questa frase David Weinberger in “L’elogio del disordine”, spiega come l’organizzazione consueta delle biblioteca, in ordine alfabetico, numerico, tematico può essere utile solo conoscendo già il risultato della propria ricerca.

E se l’utente stesse solo curiosando?

In questo caso ci pensa la rete, e chiamatela fortuna, o serendipità, qualche scoperta comunque si farà.

Ed è proprio su queste scoperte che si abbatte il dovere dei giornalisti e dei bibliotecari. Educare il grande pubblico diviene un imperativo categorico.

Il mediano non accetta il volo a mezz’aria, un lavoro precario, una struttura mobile.

Forse, quando il mediano non ci sarà più, il mondo sarà leggero e veloce. Ma forse, ci saranno, al suo posto, discepoli pronti a testimoniare l’origine delle parole.

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