le interviste Rivista — 10 febbraio 2014

Mentre Diego Zandel emetteva i primi vagiti su questa benedetta Terra, il 5 aprile 1948, nel campo profughi di Servignano, Fiume, l’Istria e la Dalmazia erano appena state cedute alla Jugoslavia dopo la firma del Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947.

10 febbraio, il giorno del Ricordo. Ciò che in questo giorno tutta l’Italia è obbligata a rimembrare è quello che accadde in quegli anni, a partire dal 1943, a migliaia di nostri connazionali. Una delle pagine più tristi e vergognose della storia dell’Italia del Novecento ancor più tristemente e vergognosamente ricoperta di silenzio o infame negazione. Una ricorrenza solenne istituita per legge solo nel 2004 per celebrare quanti, circa 7.000, furono barbaramente assassinati e gettati nelle foibe, le cavità carsiche che puntellano il terreno calcareo tipico di quelle zone, e gli oltre 200.000 cittadini italiani che furono costretti ad abbandonare quelle regioni per sfuggire alle persecuzioni e alla pulizia etnica ad opera delle truppe comuniste capeggiate dal Maresciallo Tito.

Diego Zandel è un “figlio di esodati”, cresciuto in uno dei tanti villaggi sparsi in tutta Italia in cui venivano smistati gli esuli alla ricerca della tanto agognata tranquillità.  Scrittore di indiscusso successo, frutto del suo talento letterario, ha scritto diversi romanzi, tra cui: “Massacro per un presidente” (Mondadori, 1981), “Una storia istriana” (Rusconi, 1987), “Crociera di sangue” (Mondadori, 1993), “Operazione Venere” (Mondadori, 1996), “I confini dell’odio” (Aragno, 2002) e “L’uomo di Kos” (Hobby & Work 2004).

Ha scritto anche il saggio “Invito alla lettura di Andric’” (Mursia, 1981), con Giacomo Scotti, scrittore della minoranza italiana in Croazia, e due libri di poesie “Primi giorni” (O.E.L. 1965) e “Ore ferme” (SAL Trieste, 1968).

Oltre a scrivere libri, ha collaborato e continua a collaborare con articoli, recensioni, interviste a vari giornali. Dall’Avanti! a Paese Sera a L’Unità. Attualmente collabora a Il Piccolo di Trieste e, soprattutto, La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari.

Collabora con le case editrici, come “lettore” prima della Mondadori, quindi della Bompiani e infine della Rusconi. Legge e stende giudizi di merito sui dattiloscritti che arrivavano alle case editrici quali proposte di pubblicazione.

In questo importante giorno che ci sentiamo di celebrare senza se e senza ma, Diego Zandel ha deciso di concederci un’intervista esclusiva:

–          Ci racconta brevemente le sue origini e cosa ricorda della sua infanzia nel Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma?

I miei genitori erano di Fiume, entrambi comunque appartenenti a famiglie istriane, la paterna della zona di Arsia, la materna di Visignano d’Istria, trasferitesi a Fiume per ragioni di lavoro. Quindi le mie radici sono saldamente istrofiumane.  Dopo il trattato di pace del 10 febbraio 1947 che sancì il passaggio dell’Istria e di Fiume alla Jugoslavia, mio padre decise di lasciare tutto ciò che aveva – lavoro e casa – per trasferirsi con mia madre dentro i nuovi confini d’Italia. Arrivati a Trieste furono smistati nei campi profughi allestiti per  i tanti esuli che arrivarono: Udine, Servigliano – dove sono nato – e poi il Villaggio Giuliano di Roma furono le destinazioni, l’ultima quella finale. I miei ricordi, vivissimi, sono quelli del Villaggio Giuliano, tutti raccontati nel mio libro “I testimoni muti”, edito da Mursia nel 2011.

–          Quanti tra gli esuli che abitavano quello stesso spazio erano apertamente fascisti?

Una netta minoranza, e anche tenuta a debita distanza in qualche modo. La grandissima parte, seppur di sentimenti ovviamente anticomunisti – era stato il regime di Tito a spingerli ad andarsene – erano democristiani, con un alto senso e rispetto delle istituzioni e della democrazia.

–          Come sente di commentare la coltre di silenzio che ha ricoperto in Italia l’eccidio delle foibe e il dramma della persecuzione ai danni di nostri connazionali?

Il silenzio è stato frutto di una serie di complicità nazionali e internazionali.  Quando Stalin espulse la Jugoslavia di Tito dal Cominform e cominciò a porsi come stato cuscinetto, non allineato, tra est  e ovest,  divenne gioco forza per l’occidente a guida USA  mantenere buoni i rapporti con Tito. L’Italia, in condizione di sovranità limitata, per fedeltà agli USA e alla NATO, non poteva certo sollevare questioni  come quelle relative a quanto di ingiusto e feroce era successo sul nostro confine orientale. Zitti e mosca: un atteggiamento che faceva poi anche comodo al PCI che, avendo sostenuto l’annessione delle terre giuliane alla Jugoslavia contro gli interessi nazionali, aveva le sue gravi  responsabilità.

–          Ha mai subito episodi di intolleranza a causa della sua identità e della sua origine?

No, sono sempre stato accettato.  D’altra parte, fin dall’età della ragione ho sempre sostenuto il dialogo tra le varie parti in campo. E quando , come scrittore, ho assunto una veste pubblica ho sempre lavorato per  superare le distanze che possono essere sorte  tra italiani e slavi, tra destra e sinistra, nel rifiuto di ogni estremismo.

–          La domanda è d’obbligo: cosa pensa della stigmatizzazione che il cantante Simone Cristicchi sta subendo da parte di ambienti della sinistra antagonista (e non solo) a causa della sua volontà di raccontare il dramma che dovettero vivere gli italiani residenti nei territori occupati?

Lo spettacolo di Cristicchi è straordinario. Chi lo contesta pregiudizialmente, senza neppure aver lo visto, a mio avviso non è altro che un cretino. L’equilibrio con il quale Cristicchi ha toccato il tema dell’esodo e delle foibe, senza con ciò voler dimenticare – e lui nello spettacolo lo ricorda – i torti degli italiani, è una lezione per tutti. Lui affronta una verità che io ho sempre sostenuto, e cioè che a un certo momento per Tito contava solo l’annessione alla sua Jugoslavia della Venezia Giulia: un obiettivo di fronte al quale non valeva neppure più se fino al giorno prima eri stato partigiano e avevi combattuto al suo fianco la lotta contro il nazifascismo.  Valeva solo se eri per l’annessione o contro, dimentico  che molti istriani erano stati partigiani, come in Liguria e in Piemonte, per liberare i territori dai nazifascisti, non per consegnare l’Istria e Fiume alla Jugoslavia. Simbolo tragico di questa visione è stata la strage di Porzus, dove i partigiani agli ordini di Tito uccisero diciassette partigiani appartenenti alla Brigata Osoppo  per questo motivo di fondo.

–          Cristicchi è stato accusato di revisionismo, non le sembra il termine meno adatto da utilizzare per parlare di una pagina della storia d’Italia già vergognosamente tenuta nascosta quando non minimizzata o apertamente negata?

Usare la parola revisionismo  nei confronti  dello spettacolo di Cristicchi significa essere prigionieri di una gabbia ideologica dove neppure l’aria entra.  Il che, 25 anni dopo la caduta del muro di Berlino,  dopo la riflessione sugli errori del comunismo e la opportunità che questa riflessione offre alla sinistra di ripensare se stessa e, più in generale, il socialismo  partendo, da una parte, da quegli errori e orrori passati e, dall’altra, dagli errori e orrori attuali del  capitalismo con il quale la finanza ha preso un sopravvento micidiale sulla economia produttiva e il destino dei lavoratori. Un sopravvento che  sta distruggendo il tessuto umano, civile e sociale costruito in anni di conquiste finalizzate a un sempre più diffuso benessere per gli uomini, tutti gli uomini, non solo una piccolissima parte di essi. E non certo la migliore.

–          Ancora pochi tra i giovani italiani sono al corrente di cosa effettivamente rappresenti il Giorno del Ricordo. A cosa crede sia dovuta questa superficialità?

Non solo i giovani sono poco al corrente, anche molti adulti e non proprio sprovveduti. M’è capitato più di una volta di trovarmi di fronte a questa  mancanza di conoscenza.  Uno degli errori, a mio avviso, è stato quello di comunicazione basilare. Aver  stabilito cioè che  il Giorno del Ricordo fosse celebrato  subito dopo quello della Memoria della Shoa.  Entrambe le ricorrenze  hanno bisogno di  entrare nelle coscienze degli uomini pienamente, essere conosciute, ricordate e di porsi, in ciascuno di noi, come profondi momenti di riflessione sul male  e di monito  per il futuro, perché ciò non accada più. Ma molti, al di là delle strumentalizzazioni politiche, non sanno neppure dove  finisce l’una e comincia l’altra. In questo senso, tra le due celebrazioni  credo che sarebbe stato meglio  un periodo di decantazione. Ricordo  la volta che l’on. Violante venne al Villaggio Giuliano di Roma per discutere con gli esuli la data che poi la legge avrebbe sancito. Lui proponeva il  7 marzo, giorno dell’anno corrispondente all’ultimo viaggio del Toscana, la nave che portava gli esuli in Italia da Pola (e le spoglie di molti morti istriani).  Fu scelto il 10 febbraio, firma del Trattato di Parigi che assegnava l’Istria e Fiume alla Jugoslavia.  In questo senso, avrei preferito il 7 marzo. La proposta di Violante aveva anche un’altra valenza  che pure condivido: quella di non far coincidere il Giorno del Ricordo delle foibe e dell’esodo con il Trattato di Parigi che è stato il punto finale di una tragedia in realtà cominciata il 10 giugno del 1940, con la dichiarazione di guerra di Mussolini e la sua maledetta alleanza con Hitler.  Tutto ciò che è accaduto dopo è stata una tragica conseguenza.  Anche la firma su quel Trattato che sanciva la nostra sconfitta, firma da parte di un uomo come De Gasperi che non solo non aveva nessuna responsabilità  in merito ma anche era stato fin dall’inizio perseguitato dal fascismo.

–          Può raccontarci qualche esperienza diretta che i suoi genitori o persone care le hanno tramandato riguardo il loro esodo dai territori occupati dai titini? Il resto della popolazione italiana si è mostrata solidale con loro?

Racconto un episodio che è significativo di cosa è avvenuto nelle nostre terre. Il primo anno che con mio padre siamo ritornati a Fiume dopo il suo esilio è voluto andare a vedere la sua casa, che aveva dovuto abbandonare, e anche per mostrarmela. L’abbiamo trovata occupata dalla famiglia di un poliziotto jugoslavo. Quest’ultimo, in quel momento,  era pure in divisa. Mio padre gli ha detto chi era e il poliziotto e sua moglie, dopo aver un poco tentennato, rigidissimi, seri,  scocciati, ci hanno fatto entrare. Per tutto il tempo della visita, durante la quale mio padre, con le lacrime agli occhi, mi  indicava le varie stanze, quella dove lui dormiva con i fratelli, quella dei i nonni, la cucina, la veranda,  quei due occupatori non hanno detto una parola, ansiosi solo che ce ne andassimo  il prima possibile.  Trovo l’episodio simbolico della più generale occupazione dell’Istria e di Fiume.

–          Potrebbe consigliare 3 libri fondamentali per conoscere, comprendere e ricordare il dramma delle foibe?

I libri di Raoul Pupo “Foibe” e “Il lungo esodo”. Quanto alla narrativa, il mio invito è quello di leggere i romanzi “Materada”, “L’albero dei sogni” e “La miglior vita” di Fulvio Tomizza.  Un grande scrittore forse troppo presto dimenticato.

–          In quali dei suoi numerosi libri viene raccontata questa pagina di storia? E in che chiave?

Ne “I testimoni muti”, edito da Mursia nel 2011. Ma anche in “Massacro per un presidente”, edito da Mondadori nel 1981 e riproposto lo scorso anno per i tipi dell’EDIT-Il ramo d’oro, casa editrice della minoranza italiana in Istria e a Fiume. Poi “Una storia istriana”, edito da Rusconi nel 1987, dove racconto una pagina drammatica  della mia famiglia nel quadro di quell’Istria contadina e operaia che più sento mia (molto vicina in questo senso al mio maestro  e indimenticabile amico Fulvio  Tomizza).

 

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