Recensioni — 21 settembre 2016

Il 26 settembre del 1986 nell’edicole italiane faceva la sua prima apparizione L’alba dei morti viventi, primo albo e insieme primo episodio di una serie destinata a diventare un vero e proprio cult per moltissime generazioni di lettori e fumettofili: ci riferiamo naturalmente a Dylan Dog, il personaggio creato da quel visionario di genio che è Tiziano Sclavi, uomo schivo e singolare che per tanti anni con il suo “indagatore dell’incubo” è riuscito a farci divertire, riflettere, commuovere, seguitando a farlo ancora oggi con la supervisione di Roberto Recchioni, a cui nel 2014 egli ha affidato il rilancio editoriale della serie. Come accade non di rado in circostanze analoghe, inizialmente fu un flop pressoché totale; eppure a trent’anni dalla sua prima apparizione Dylan Dog resta uno dei fumetti più venduti in Italia, secondo solo all’immortale Tex Willer.

Tiziano Sclavi non ha mai avuto un buon rapporto con stampa e telecamere. Le rare interviste rilasciate e le poche immagini disponibili disponibili sul web non hanno fatto che alimentarne l’alone di mistero; sia chiaro, di tutto si tratta fuorché di civetteria o di un qualche stratagemma commerciale. L’uomo Sclavi è proprio questo, con tutte le sue grandezze e le sue stramberie, e le rare interviste concesse ci raccontano una figura dal fare pacato e dimesso che a tutto fa pensare fuorché a un personaggio impetuoso e passionale come Dylan Dog (al quale tuttavia per certi versi somiglia al di là dell’inveterato terrore per i voli aerei e della passione per i film splatter); nondimeno dalla sua penna e dalle interviste rintracciabili in rete traspare un’intelligenza per nulla ipocrita e ruffiana, una sensibilità profonda, innamorata della letteratura in modo informale, privo di cerimonie e arzigogoli. La lettura per la lettura, lo scrivere per l’amor dello scrivere, uno scrivere ispirato ma filtrato attraverso un buon senso pratico, indefesso, campagnolo verrebbe da dire. E quando Umberto Eco gli parlò del suo Dylan come di un capolavoro (“posso leggere la Bibblia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi”, affermò l’autore de Il nome della rosa), Sclavi, quasi tramortito da quell’autorevole e entusiasta parere, minimizzò: “per me è soltanto artigianato…”.

Come tutti i lettori dylaniati “anziani” (in quanto fan di Dylan sin dai primi anni Novanta) abbiamo amato e continuiamo ad amare soprattutto i primi cento, forse centocinquanta albi. Perché di quelle atmosfere fiabesche che ritrovammo ne I cavalieri del tempo o ne Il gigante, o di quel romanticismo avvolgente, di un impeto adolescenziale che ci travolse ne Il lungo addio (per non citare che alcuni albi tra i più celebri) non siamo più riusciti a trovare traccia più avanti, salvo forse poche, pochissime eccezioni. Si badi bene: non crediamo che il valore del fumetto sia poi necessariamente venuto meno, né che Dylan sia incappato in avventure meno straordinarie o in intrighi meno sapientemente congeniati; piuttosto dobbiamo ammettere che il nostro mondo di incalliti dylandoghiani è rimasto fermo al 1994 e con esso ciò che in Dylan ricerchiamo. Lo vogliamo sottolineare perché sappiamo di toccare una corda sensibile anche per moltissimi altri appassionati. Ebbene, per chi, come chi scrive, spera che qualcosa, almeno qualcosa, rimanga cristallizzato come sempre l’ha conosciuto sin da bambino (e tra queste ci sono anche Dylan, Groucho e Bloch – anche se nel frattempo l’ispettore di Scotland Yard è finalmente riuscito ad andare in pensione) il cambiamento o restyling del nostro indagatore dell’occulto – necessario e fisiologico – non è facilmente digeribile; né abbiamo apprezzato il cedere, talvolta (ma parliamo di tanti anni fa oramai), al politichese, ossia quando in certe occasioni il Nostro veniva trasformato in ambasciatore delle idee politiche dei propri sceneggiatori. Al Dylan “impegnato” abbiamo sempre preferito il romantico che duetta e soffre assieme a Bree Daniels, a Morgana, al povero Johnny Freak. Per cui, caro Dylan, tieniti salda la tua morale, ma, per favore, non lasciarti trasformare in moralista.

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